Scene della
Vita de’ Patriarchi

 

Midrash e Matematica
(in conflitto)

Midrash e matematica sono spesso in conflitto. Questo accade quando l’interprete trascura il contesto e diffonde un equivoco a causa di una verità apparente o di un capriccio interpretativo. Presentiamo qui due di questi casi (ce ne sono molti di più):

1. Ci mise 120 anni Noè a costruire l’arca?

È un mito molto diffuso sia nel giudaismo che nel cristianesimo che pochi mettono in discussione, la convinzione che Noè predicò per 120 anni. Non vi è alcuna base biblica per questa affermazione, che è emersa da un versetto precedente la chiamata di Noè, in cui Elohim dice: “Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo poiché, nel suo traviamento, egli non è che carne; i suoi giorni dureranno quindi centoventi anni”(Genesi 6: 3). Questo brano parla della decisione dell’Eterno di ridurre la lunghezza della vita umana dopo il Diluvio, ed in base al contesto, questo è stato determinato molto tempo prima, nei giorni di Henoch, quando i figli di Elohim presero per sé delle donne. Sappiamo che la nascita di Matusalemme, secondo il nome che gli fu dato (Methushelach in ebraico, che significa “La morte che invìo”) fu profetico e diede inizio alla pazienza del Signore, che è durata d’allora quasi un millennio, e non solo 120 anni. Per quanto riguarda Noah, si legge:

Genesi 6:8 Ma Noè trovò grazia agli occhi dell’Eterno. 9 Questa è la posterità di Noè. Noè fu uomo giusto, integro, ai suoi tempi; Noè camminò con Elohim. 10 Noè generò tre figli: Sem, Cham e Yafet. 11 Or la terra era corrotta davanti a Elohim; la terra era piena di violenza. 13 Allora Elohim disse a Noè: “Nei miei decreti, la fine di ogni essere vivente è giunta poiché la terra, a causa degli uomini, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò, insieme con la terra. 14 Fatti un'arca di legno di Gopher: ecc.”. 18 Ma io stabilirò il mio patto con te; tu entrerai nell’arca: tu e i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli con te.

Quando Noah ricevette l’incarico di costruire l’arca, i suoi figli erano già nati, ed erano anche sposati (6:18). Leggiamo ancora:

Genesi 5:32 Noè, all’età di cinquecento anni, generò Sem, Cham e Yafet.
Genesi 7:6 Noè aveva seicento anni quando il diluvio delle acque inondò la terra.
Genesi 11:10 Questa è la discendenza di Sem. Sem, all’età di cento anni, generò Arpacsad, due anni dopo il diluvio.

Shem entrò nell’arca all’età di 97 anni. I suoi fratelli erano probabilmente più giovani, ed erano tutti e tre sposati, ma senza figli, quando il Signore comandò a Noè di costruire l’arca, quindi non ha alcun fondamento dire che Noè ci ha messo 120 anni per farlo. Pertanto, si può supporre che la predicazione di Noè è durata circa mezzo secolo, non di più, ed è in quel tempo che costruì l’arca.

2. Yiskah non è Sarah!

Genesi 11:29 Abram e Nachor si presero delle mogli; il nome della moglie d’Abram era Sarai; e il nome della moglie di Nachor, Milca, che era figlia di Haran, padre di Milca e padre di Jisca.

La tradizione rabbinica sostiene che Yiskah è la stessa Sarai. Su cosa si basa? Sul NIENTE. Un cavillo dell’interprete, che ha voluto dare un’identità a Yiskah, ma non ha avuto conto della matematica.
La speculazione sulla sua identità deriva dal semplice fatto d’essere nominata, quindi, dovrebbe essere una persona importante. Anche Na’amah è menzionata come la sorella di Tubal-Cain (Genesi 4:22) ma non dice più nulla su di lei (e le hanno inventato delle storie per il solo fatto di essere nominata essendo una donna). La spiegazione più plausibile è che in entrambi i casi siano state nominate solo per essere state le primogenite – Tubal-Cain è l’uomo, ma sua sorella era più grande di lui e quindi acquisice il diritto d’essere menzionata. Il caso di Yiskah sarebbe simile: Milkah è quella che ha importanza perché è la madre della stirpe di Rivkah, Leah e Rachel, ma Yiskah sarebbe maggiore di lei ed è per questo che la si nomina. Anche Rachel precede Leah in diversi passi (Genesi 31:4,14; 33:1; Ruth 4:11), per cui è del tutto plausibile che Milkah sia più giovane di Yiskah.

Un po’ prima si legge che Haran, padre di Yiskah, si chiama come un fratello d’Avram, in 11:27 Questa è la discendenza di Terah. Terah generò Abram, Nachor e Haran; Haran generò Lot. Quindi, Milka e Yiskah sarebbero sorelle di Lot, ammettendo che questo Haran è lo stesso figlio di – dal momento che il Nachor di 11:24-25 non è lo stesso di quello di 11:26-27, così anche il Haran di 11:29 potrebbe essere diverso da quello di 11:27, ed il fatto che in questo versetto non menziona Lot, che è il figlio maschio, porterebbe a pensare che questo è un altro Haran, e non il fratello di Avram. Tuttavia, concediamo che si tratti dello stesso. Prima di sollevare il problema matematico, si noti che in tutti i casi in cui un membro di questa famiglia è menzionato, è ben specificato il parentesco:

Genesi 11:31 Terah prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Haran, cioè figlio di suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie d’Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan. Essi giunsero fino a Charan, e là soggiornarono.

Genesi 12:5 Abram prese Sarai sua moglie e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che possedevano e le persone che avevano acquistate in Charan, e partirono verso il paese di Canaan.

Genesi 14:12 Andandosene presero anche Lot, figlio del fratello di Abram, con i suoi beni: Lot abitava infatti a Sodoma.

Lot, figlio di Haran, è sempre definito come “il figlio di suo figlio” con rispetto a Terah, e “figlio di suo fratello” con rispetto ad Avram. Sara è nuora di Terah e moglie di Avram. In nessun caso è chiamata “figlia di suo figlio” o “figlia di suo fratello” in rapporto a Terah o Avram. Lo stesso Avram chiarisce quale sia la sua parentela di sangue con Sara:

Genesi 20:12 Inoltre, è veramente mia sorella, figlia di mio padre, ma non figlia di mia madre, ed è diventata mia moglie.

Cioè, Sara è la figlia di Terah, non di Haran. Anche se questo dovrebbe essere sufficiente, coloro che sostengono che Sara era Yiskah opinano che in questo caso “figlia di mio padre” significa che è discendente da Terah e non figlia diretta. Però, vediamo che in tutti questi casi, il rapporto tra i vari membri di questa famiglia è ben specificato.
Oltre a questo, cè il problema matematico:
Avram aveva solo dieci anni più di Sarah. A quanto pare era il figlio maggiore di Terah, in quanto è menzionato prima tra i suoi fratelli, e Haran, a sua volta sarebbe il più giovane: “Terah generò Abram, Nachor e Haran” (11:27). Se Sara fosse Yiskah, a che età l’avrebbe generato Haran, essendo egli minore di Avram? Impossibile.
si dovrebbe sviluppare un insieme di presunzioni, come ad esempio invertire l’ordine in cui i fratelli sono nominati, cioè, Haran, Nachor e Avram, e supporre che Haran doveva essere almeno 30 anni più vecchio di Avram, in modo tale che Sara potesse essere sua figlia ed essere solo dieci anni più giovane di Avram. Di fatto, non c’è assolutamente alcuna base scritturale per ritenere tale ipotesi.

L’origine dell’identificazione Yiskah/Sara proviene dall’interesse dei farisei in giustificare il matrimonio tra zii e loro nipoti femmine, consuetudine molto diffusa che i loro rivali, i sadducei, disapprovavano perché in contrasto con la Torah. Benché in Levitico 18:12-13 il divieto esplicito parla del matrimonio tra un uomo e sua zia, resta inteso che la stessa legge vale per la donne per quanto riguarda lo zio – e così lo capivano i sadducei. I farisei, nel tentativo di trovare appigli scritturali per difendere la loro posizione a favore del matrimonio tra zio e nipote, hanno inventato questa interpretazione (così come un’altra ancora più assurda, secondo la quale Esther non era cugina di Mardocheo ma sua nipote ed anche sua moglie, così trasformando l’eroina dei Giudei in un’adultera con due mariti). La tradizione rabbinica ha trovato il modo per fare sì che questa complessa interpretazione aggádica continuasse a giustificare questa pratica vietata dalla Torah, adducendo artificialmente una presunta relazione tra il significato del nome Yiskah e le caratteristiche di Sara, alla quale diedero il titolo di profetessa, quando profetessa non era: se lo fosse stato, non s’avrebbe affrettato a suggerire a suo marito d’avere un figlio con la serva, né avrebbe riso quando Elohim in persona le annunciò che il figlio della promesso sarebbe suo. Pertanto, l’identificazione Sara/Yiskah è da considerrsi del tutto fittizia e priva di fondamento.



Noè e Lot

Tra questi due patriarchi vi sono interessanti somiglianze, che sono menzionate nel Nuovo Testamento confrontando i loro giorni con lo stato dell’umanità negli ultimi tempi.

Luca 17:26 Come avvenne ai giorni di Noè, così pure avverrà ai giorni del Figlio dell’uomo. 27 Si mangiava, si beveva, si prendeva moglie, si andava a marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca, e venne il diluvio che li fece perire tutti. 28 Similmente, come avvenne ai giorni di Lot: si mangiava, si beveva, si comprava, si vendeva, si piantava, si costruiva; 29 ma nel giorno che Lot uscì da Sodoma piovve dal cielo fuoco e zolfo, che li fece perire tutti. 30 Lo stesso avverrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo sarà manifestato.

2Pietro 2:5 Se non risparmiò il mondo antico ma salvò, con altre sette persone, Noè, predicatore di giustizia, quando mandò il diluvio su un mondo di empi; 6 se condannò alla distruzione le città di Sodoma e Gomorra, riducendole in cenere, perché servissero da esempio a quelli che in futuro sarebbero vissuti empiamente; 7 e se salvò il giusto Lot che era rattristato dalla condotta dissoluta di quegli uomini scellerati.
(cfr. Giuda 1:7)

L’Evangelista a paragona i “giorni di Noè” ed i “giorni di Lot” ai tempi della fine, quando il giudizio sarà venuto nuovamente sulla Terra. Poi Shimon chiama “giusto” sia Noè che Lot in mezzo ad una generazione perversa. Genesi 6:9 dice: “Noè fu uomo giusto, integro, ai suoi tempi; Noè camminò con Elohim”. Entrambi sono stati salvati con le loro famiglie dalla distruzione.


1. La mavagità dell’umanità e l’avvertimento di Elohim a quelli che salvò dalla distruzione:

Genesi 6:5 L’Eterno vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo. 7 E l’Eterno disse: “Io sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato: dall’uomo al bestiame, ai rettili, agli uccelli dei cieli; perché mi pento di averli fatti”. 13 Allora Elohim disse a Noè: “Nei miei decreti, la fine di ogni essere vivente è giunta poiché la terra, a causa degli uomini, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò, insieme con la terra.

Genesi 13:13 Gli abitanti di Sodoma erano perversi e grandi peccatori contro l’Eterno.
18:20 E l’Eterno disse: “Siccome il grido che sale da Sodoma e Gomorra è grande e siccome il loro peccato è molto grave, 21 Io scenderò e vedrò se hanno veramente agito secondo il grido che è giunto fino a me; e, se così non è, lo saprò”.
19:12 Quegli uomini dissero a Lot: “Chi hai ancora qui? Fa’ uscire da questo luogo generi, figli, figlie e chiunque dei tuoi è in questa città, 13 perché noi distruggeremo questo luogo. Infatti il grido contro i suoi abitanti è grande davanti all’Eterno, e l’Eterno ci ha mandati a distruggerlo”.


2. Elementi di salvezza e di distruzione: cipresso, bitume, cataclisma.

Genesi 6:14 Fatti un’arca di legno di gofer; falla a stanze, e spalmala di pece di dentro e di fuori.
14:10 La valle di Siddim era piena di pozzi di bitume; i re di Sodoma e di Gomorra si diedero alla fuga e vi caddero dentro; quelli che scamparono fuggirono al monte.


Genesi 7:10 Trascorsi i sette giorni, le acque del diluvio vennero sulla terra. 11 Il seicentesimo anno della vita di Noè, il secondo mese, il diciassettesimo giorno del mese, in quel giorno tutte le fonti del grande abisso eruppero e le cateratte del cielo si aprirono. 23 Tutti gli esseri che erano sulla faccia della terra furono sterminati: dall’uomo fino al bestiame, ai rettili, e agli uccelli del cielo; furono sterminati sulla terra; solo Noè scampò con quelli che erano con lui nell’arca.

Genesi 19:24 Allora l’Eterno mandò pioggia di zolfo [gofrit] e fuoco dal cielo su Sodoma e Gomorra, da parte del l’Eterno; 25 egli distrusse quelle città, tutta la pianura, tutti gli abitanti delle città e quanto cresceva sul suolo.

In entrambi i racconti troviamo due elementi in comune: il cipresso ed il bitume. Per Noè hanno rappresentato la salvezza, per il popolo di Sodoma la distruzione.
Il “legno di gofer” si identifica con il cipresso. È interessante che la parola tradotta “zolfo” in 19:24 è “gofrit”, letteralmente il femminile di gofer, e sarebbe un combustibile ricavato dalla resina di quel legno. Anche il bitume, che in 14:10 corrisponde all’ebraico “chemar”, si riferisce all’asfalto del sottosuolo che era abbondante nella valle di Siddim (ora coperta dal Mar Morto). In 6:14 “spalmala [kafar] di pece [kofer]” il termine ebraico è “kofer”, che ha diversi significati: il bitume per coprire (lo stesso materiale come “chemar” ma lavorato allo scopo di coprire e proteggere), copertura, risarcimento , redenzione, e il verbo “kafar”, che indica “rivestire con bitume”, espiazione, perdono – la stessa radice della parola “kippur”.
Così, mentre il cipresso –gofer– ed il bitume –kofer– sono serviti a Noè per la salvezza, la resina ardente del cipresso –gofrit– ed il bitume piovvero sulle città della valle per distruzione.
In entrambi i casi ci fu un cataclisma dall’alto e dal basso: “le acque del diluvio vennero sulla terra” e “tutte le fonti del grande abisso eruppero”, vale a dire che non solo piovve, ma ci furono dei maremoti che causarono che l’acqua del mare salisse sulla terra. Lo stesso è accaduto a Sodoma e Gomorra, un terremoto ha causato la combustione dell’asfalto nel sottosuolo, il fuoco incendiò i cipressi che probabilmente abbondavano e la cui resina è altamente combustibile, scoppia e produce letteralmente una pioggia come di “zolfo che brucia”, che in realtà era “gofrit”, resina di cipresso.


3. Noè e Lot erano giusti. Tuttavia, le loro famiglie sono state influenzate dalla malvagità dell’ambiente in cui vissero. Entrambi si ubriacarono e furono abusati sessualmente dai loro discendenti.

Genesi 9:20 Noè, che era agricoltore, cominciò a piantare la vigna: 21 e bevve del vino; s’inebriò e si denudò in mezzo alla sua tenda. 22 Cham, padre di Canaan, vide la nudità di suo padre e andò a dirlo, fuori, ai suoi fratelli.

Genesi 19:31 La maggiore disse alla minore: … 32 “Vieni, diamo da bere del vino a nostro padre, e corichiamoci con lui, perché possiamo conservare la razza di nostro padre”. 33 Quella stessa notte diedero da bere del vino al loro padre; la maggiore entrò e si coricò con suo padre; ed egli non si accorse quando lei si coricò né quando si alzò. 34 Il giorno seguente la maggiore disse alla minore: “Ecco, la notte passata io mi sono coricata con mio padre; diamogli da bere del vino anche questa notte e tu entra, coricati con lui, perché possiamo conservare la razza di nostro padre”. 35 E anche quella notte diedero da bere del vino al loro padre e la minore andò a coricarsi con lui; egli non si accorse quando lei si coricò né quando si alzò. 36 Così le due figlie di Lot rimasero incinte del loro padre.

Vi è incertezza su quello che ha fatto esattamente Canaan, figlio di Cham, e non c’è un parere unanime degli interpreti, ma quello che possiamo capire è che non si è trattato solo d’avere visto il padre nudo, ma c’è stata qualche azione molto più grave.
A quanto pare, Cham solo “vide” quello che aveva fatto Canaan, ed invece d’intervenire egli stesso andò a dirlo ai suoi fratelli. Perché in 9:24 dice: “seppe quello che gli aveva fatto il figlio minore”, il che indica che non è stato Cham (perché non era il più giovane dei tre), ma Canaan, che sarebbe il nipote più giovane –ma in ebraico antico i nipoti sono chiamati anche figli–. Due volte specifica prima di questo fatto: “Cham è il padre di Canaan” (9:18,22), quindi, chi ha commesso il misfatto fu Canaan.
In entrambi i casi, questi uomini erano giusti, ma convivendo con una società senza valori, le loro famiglie sono state influenzate e, quando ci fu un’occasione, non esitarono a commettere atti illeciti.


4. Maledizione della discendenza.

Genesi 9:24 Quando Noè si svegliò dalla sua ebbrezza, seppe quello che gli aveva fatto il figlio minore e disse: 25 “Maledetto Canaan! Sia servo dei servi dei suoi fratelli!”

Deuteronomio 23:3 L’Ammonita e il Moabita non entreranno nell’assemblea dell’Eterno ; nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nell’assemblea dell’Eterno.
Tzefaniah 2:9 “Perciò, com’è vero che io vivo”, dice l’Eterno degli eserciti, Elohim d’Israele, “Moab diventerà come Sodoma e Ammon come Gomorra: una selva di ortiche, una salina, un deserto per sempre. Il resto del mio popolo li saccheggerà, il residuo della mia nazione li possederà”.

Infine, la conseguenza di queste nefandezze portò una maledizione sui discendenti di coloro che li hanno commessi.
I Cananei furono respinti da Elohim a causa della loro idolatria e le loro pratiche oscene. In questo caso, fu Noè stesso che ha emesso la sentenza sulla discendenza di suo nipote Canaan.
Gli abitanti di Sodoma e Gomorra erano Cananei, e sono stati i primi di quella nazione ad essere eliminati dalla storia.
Per quanto riguarda Moab e Ammon, fu il Signore per mezzo di Mosè che decretò la loro esclusione dalla comunità d’Israele.
In entrambi i casi, l’episodio dell’ubriachezza e di quello che è successo di conseguenza è l’ultimo fatto menzionato nella vita di questi patriarchi.



I “Filistei” del Libro di Genesi

I passaggi che ci riguardano sono in Genesi 20:1-18; 21:27-34 e 26:6-11, due episodi in cui Avraham e Yitzhak si trovano a Gherar e hanno un incidente con il re a causa delle loro rispettive mogli.
Dai capitoli menzionati citerò solo i momenti più rilevanti:

Genesi 20:2 Abraam diceva di sua moglie Sara: “È mia sorella”. E Abimelec, re di Gherar, mandò a prendere Sara. 3 Ma Elohim venne di notte, in un sogno, ad Abimelec e gli disse: “Ecco, tu sei morto, a causa della donna che ti sei presa; perché è sposata”. 4 Or Abimelec, che non si era ancora accostato a lei, rispose: “Signore, faresti perire una nazione, anche se giusta?” 6 Elohim gli disse nel sogno: “Anch’io so che tu hai fatto questo nella integrità del tuo cuore: ti ho quindi preservato dal peccare contro di me; perciò non ti ho permesso di toccarla. 7 Ora, restituisci la moglie a quest’uomo, perché è profeta, ed egli pregherà per te, e tu vivrai. 14 Abimelec prese delle pecore, dei buoi, dei servi e delle serve, e li diede ad Abraam, e gli restituì Sara, sua moglie. 15 Abimelec disse: “Ecco, il mio paese ti sta davanti; va’ a stabilirti dove ti piacerà”. 16 E a Sara disse: “Ecco, io ho dato a tuo fratello mille pezzi d’argento; questo sarà per te come un velo agli occhi davanti a tutti quelli che sono con te, e sarai riabilitata di fronte a tutti”. 17 Abraam pregò Elohim e Elohim guarì Abimelec, la moglie e le serve di lui, ed esse poterono partorire. 18 PInfatti, l’Eterno aveva reso sterile l’intera casa di Abimelec, a causa di Sara, moglie di Abraam.

Genesi 21:27 Abraam prese pecore e buoi e li diede ad Abimelec; e i due fecero alleanza. 28 Poi Abraam mise da parte sette agnelle del gregge. 29 E Abimelec disse ad Abraam: “Che cosa significano queste sette agnelle che tu hai messe da parte?” 30 Abraam rispose: “Tu accetterai dalla mia mano queste sette agnelle, perché ciò mi serva di testimonianza che io ho scavato questo pozzo”. 31 PPer questo egli chiamò quel luogo Beer-Sceba, perché entrambi vi avevano fatto giuramento. 32 Così fecero alleanza a Beer-Sceba. Poi Abimelec, con Picol, capo del suo esercito, si alzò e se ne tornarono nel paese dei Filistei. 33 E Abraam piantò un tamarindo a Beer-Sceba e lì invocò il nome dell’Eterno, Elohim dell’eternità. 34 Abraam abitò molto tempo come straniero nel paese dei Filistei.

Genesi 26:6 Così Yitzhak rimase a Gherar. 7 Quando la gente del luogo gli faceva delle domande intorno a sua moglie, egli rispondeva: “È mia sorella”, perché aveva paura di dire: “È mia moglie”. “Non vorrei”, egli pensava, “che la gente del luogo mi uccida, a causa di Rivkah”. Infatti lei era di bell’aspetto. 8 Mentre era là da molto tempo, avvenne che Abimelec, re dei Filistei, si affacciò alla finestra e vide che Yitzhak scherzava con Rivkah sua moglie. 9 Allora Abimelec chiamò Yitzhak e gli disse: “Certo, costei è tua moglie; come mai dunque hai detto: «È mia sorella»?” Yitzhak rispose: “Perché dicevo: «Non vorrei essere messo a morte a causa di lei»”. 10 E Abimelec: “Che ci hai fatto? Poco ci mancava che qualcuno del popolo si unisse a tua moglie, e tu ci avresti attirato addosso una grande colpa”. 11 E Abimelec diede quest’ordine a tutto il popolo: “Chiunque toccherà quest’uomo o sua moglie sia messo a morte”.

Qui abbiamo due re, probabilmente padre e figlio, chiamati Avimelech, i quali sono chiamati “Filistei”. Consideriamo prima il nome ed il carattere di questi re:
Nel caso del primo Avimelech, Elohim gli appare in sogno, e possiamo capire che questo re conosceva Elohim, e molto probabilmente, Lo serviva. Non troviamo alcun cenno di idolatria in lui, ma possiamo paragonarlo ai re di Israele e di Yehuda, e sarebbe tra i migliori di loro. Avimelech anche esprime un sentimento simile a quello d’Abraam quando intercede per Sodoma: Genesi 20:4 “Signore, faresti perire una nazione, anche se giusta?” – cfr: 18:23 “Abraam gli si avvicinò e disse: “Farai dunque perire il giusto insieme con l’empio?”. In questo vediamo la grandezza di questo re, il suo concetto di giustizia. Egli riconosceva anche l’autorità di un Profeta (20:7) e chiede umilmente Avraham, il suo ospite, di intercedere per lui e per la sua casa, che aveva ricevuto una punizione preventiva. Aveva anche autorità per rimproverare Sara (20:16) e lo ha fatto con la conoscenza della Legge del Signore.
Il secondo Abimelech, proprio come suo padre, era rispettoso di Elohim e della Sua Legge.

L’identità dei Filistei dei tempi di Avraham

Quello che ci sorprende di questi re di nome Abimelech è che siano “Filistei” (il primo non è chiamato direttamente “re dei Filistei”, come il secondo, ma nel patto di Be’er-Sheva il suo paese è chiamato “terra dei Filistei”). Secondo l’evidenza storica, i Filistei non erano ancora lì al tempo di Avraham. Almeno i Filistei che troviamo più avanti, in Esodo 13:17ed in tutto il resto della Scrittura, non erano in quel paese in quel periodo. Evidentemente, non si tratta degli stessi Filistei. Vediamo alcune differenze:
• Avimèlech e la sua gente erano pacifici, i Filistei dall’Esodo in poi, erano bellicosi.
• Avimèlech è un nome semitico, e il suo titolo è “melech”, re. I Filistei classici non erano semiti, erano di stirpe egea, ed i loro capi avevano un titolo che si applica solo a loro in tutta la Bibbia, “seren”, tradotto “prìncipe” (Giosuè 13:3; Giudici 3:3; 16:5; 1Samuel c. 5, 6, 7, 29; 1Cronache 12:19), un titolo che probabilmente ha a che fare con il greco “tyrannos”, che si dava a governanti di città-stato, com’era appunto il caso dei Filistei, che avevano cinque città e ciascuna il proprio signore o prìncipe. Solo Achish è chiamato “re” di Gat e non “seren”, ma il suo nome non è semitico, ma egeo.
• Il regno di Avimèlech era la città di Gherar, a pochi chilometri a sud di Gaza, e non è menzionata poi tra le capitali dei Filistei, che erano Gaza, Ashkelon, Ashdod, Gath e Ekron. I domini d’Avimelech s’estendevano fino a Beer-Sheva.
Secondo la storia, i Filistei giunsero nel paese di Canaan durante il periodo in cui gli Israeliti erano in Egitto, e sono chiamati “Popoli del Mare” che invasero Canaan ed anche l’Egitto, provenenti dalle rive del Mar Egeo, Creta, Cipro e l’Asia Minore. Il nome ebraico “pilishtim” indica che erano stranieri, non nativi, ed implica il concetto di invasori, predoni. Questi sono i Filistei che troviamo dall’Esodo in poi, un popolo completamente diverso da quello d’Avimèlech.
Allora, chi era il popolo di Abimelech, e perché viene impropriamente chiamato Filistei?
I “Filistei” di Avimèlech non erano Filistei, ma un popolo degli Aramei. Potrebbe essere accaduto al suo popolo che sia stato completamente assorbito dai Filistei che sono venuti in seguito, al punto che abbiano perso la loro identità originale quando Mosè scrisse la Genesi e non ci sia stato altro modo per definirli se non con il nome dei loro successori. È possibile che i Filistei d’Avimelech fossero identici agli “avvim” di cui parla in Deuteronomio 2:23 e Giosuè 13:3 (gli “Avvei”, da non confondere con gli “Ivvei”, come alcune versioni erroneamente traducono, poiché questi erano un popolo del tutto diverso, in ebraico chiamato “hivvim”, mentre nei due passi citati si parla di “avvim” e non di “hivvim” e sono geograficamente legati ai Filistei). O forse sono quegli “Ebrei” di cui parla 1Samuel 14:21 “Or gli Ebrei, quelli che già prima si trovavano con i Filistei ed erano saliti con essi all’accampamento dal paese circostante, fecero voltafaccia e si unirono anch’essi agli Israeliti che erano con Shaul e Yehonathan”. Chi erano questi Ebrei che “già prima si trovavano con i Filistei”? È probabile che sia il popolo di Avimèlech, che entrò a far parte di Israele in maniera definitiva in tempo di Shaul.
Il fatto che si chiamasse Filistei a questo popolo Arameo non si tratta di un errore, ma di un linguaggio che permetta capire la posizione geografica degli eventi descritti. È lo stesso che dire oggi, “il territorio dei Comanche s’estendeva dal Colorado e New Mexico fino a Kansas e l’est del Texas, compreso tutto lo stato d’Oklahoma”. Ovviamente, nessuno di questi territori è stato così chiamato nei giorni precedenti l’arrivo degli europei, né i Comanche chiamavano sé stessi Comanche, né l’America pre-colombiana si chiamava America, ma il linguaggio è quello addatto perché possa essere compreso dai lettori. Per questo è possibile che Mosè abbia descritto il regno di Avimèlech come “terra dei Filistei”, per determinare la posizione geografica piuttosto che il popolo che lo abitava, che non era più identificabile nel suo tempo. Lo stesso accade ora rispetto alla denominazione di altri popoli storici, come ad esempio il caso degli Ittiti, un termine che si riferisce a due nazioni completamente diverse (Hatti e Neshili) che abitarono nello stesso territorio in tempi diversi, e nessuno storico è contestato perché li chiama con lo stesso nome.



Aqedat Yitzhak

“Aqedat Yitzhak”, letteralmente “Legatura di Yitzhak”, meglio conosciuta come “Sacrificio di Yitzhak”, è uno degli episodi più commoventi e difficili di interpretare di tutta la Bibbia.

Genesi 22:1 Dopo queste cose, Elohim mise alla prova Abraam e gli disse: “Abraam!” Egli rispose: “Eccomi”. 2 E Elohim disse: “Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Yitzhak, e va’ nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto [‘olah, offerta accesa] sopra uno dei monti che ti dirò”. 3 Abraam si alzò la mattina di buon’ora, sellò il suo asino, prese con sé due suoi servi e suo figlio Yitzhak, spaccò della legna per l’olocausto, poi partì verso il luogo che Elohim gli aveva indicato. 4 Il terzo giorno, Abraam alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. 5 Allora Abraam disse ai suoi servi: “Rimanete qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi torneremo da voi”. 6 Abraam prese la legna per l’olocausto e la mise addosso a Yitzhak suo figlio, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme. 7 Yitzhak parlò ad Abraam suo padre e disse: “Padre mio!” Abraam rispose: “Eccomi qui, figlio mio”. E Yitzhak: “Ecco il fuoco e la legna; ma dov’è l’agnello per l’olocausto?” 8 Abraam rispose: “Figlio mio, Elohim stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto”. E proseguirono tutti e due insieme. 9 Giunsero al luogo che Elohim gli aveva detto. Abraam costruì l’altare e vi accomodò la legna; legò Yitzhak suo figlio, e lo mise sull’altare, sopra la legna. 10 Abraam stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio. 11 Ma l’Angelo dell’Eterno lo chiamò dal cielo e disse: “Abraam, Abraam!” Egli rispose: “Eccomi”. 12 E l’Angelo: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Elohim, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo”. 13 Abraam alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro a sé un montone, impigliato per le corna in un cespuglio. Abraam andò, prese il montone e l’offerse in olocausto invece di suo figlio. 14 Abraam chiamò quel luogo “YHVH-Yireh” [vedrà]. Per questo si dice oggi: “Al monte dell’Eterno sarà provveduto”. 19 Poi Abraam tornò dai suoi servi. Essi si levarono e insieme andarono a Beer-Sceba. E Abraam abitò a Beer-Sceba.

Questo passaggio certamente ci mette in difficoltà. Avrebbe Elohim richiesto un sacrificio umano, che è qualcosa che Egli odia? (Deuteronomio 18:10 “Non si trovi in mezzo a te chi fa passare suo figlio o sua figlia per il fuoco”; cfr: Deuteronomio 12:31; 1Re 16:3; 17:17; 2Re 21:6; Geremia 19:5; Ezechiele 16:21; 20:26,31). Di fatto, si trattava di una pratica abominevole dei Cananei, per cui quel popolo fu dichiarato anatema dallo stesso Elohim, e la Casa di Israele fu dispersa, per non ritornare mai più, per essere caduta negli stessi peccati dei Cananei, di cui questo era forse il più aberrante. Ogni popolo che ha praticato sacrifici umani è stato annientato o la loro civiltà totalmente distrutta, e scomparvero dalla storia essendo assimilati o per lo meno sottomessi da altri popoli. Questo è stato il caso dei Cananei, Moabiti, Ammoniti, Celti, e nella storia più recente, dei Mexica. Tuttavia, ci sono delle eccezioni (vedi: Sacrifici Espiatori).
La seconda questione sconcertante che ci lascia perplessi è che Avraham, che con tanta veemenza aveva interceduto per salvare Sodoma, questa volta non pronuncia una parola in favore del figlio, ma obbedisce senza obiezioni.

Ci sono due correnti principali d’interpretazione di ciò che è realmente accaduto, ma rimangono ancora lacune e questioni che lasciano un mistero irrisolvibile qualunque sia l’interpretazioni che si postuli. Queste due posizioni sono:
   1) Yitzhak non fu sacrificato
   2) Yitzhak fu sacrificato, ma risorse
Prima di discutere ciascuna di queste due posizioni, teniamo conto dei passaggi di testo su cui si basa ciascuna:

   1) Yitzhak non fu sacrificato - passaggi che supportano questa interpretazione:
· 22:5 Allora Abraam disse ai suoi servi: “Rimanete qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi «torneremo» da voi.
· 22:11-13 Ma l’Angelo dell’Eterno lo chiamò dal cielo e disse: “Abraam, Abraam!” Egli rispose: “Eccomi”. E l’Angelo: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Elohim, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo”. Abraam alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro a sé un montone, impigliato per le corna in un cespuglio. Abraam andò, «prese il montone e l’offerse in olocausto invece di suo figlio».
Questa sembra l’interpretazione più ovvia, soprattutto perché l’Angelo a quanto pare lo fermò, impedendogli di eseguire il sacrificio, e poi Avraham vide un ariete, che offrì “al posto di suo figlio”. In precedenza, aveva detto ai suoi servi d’aspettare perché “torneremo”, come essendo sicuro che il sacrificio non sarebbe stato realizzato.

   2) Yitzhak fu sacrificato - passaggi che supportano questa interpretazione:
· 22:1 Dopo queste cose, «Elohim» mise alla prova Abraam e gli disse: “Abraam!” Egli rispose: “Eccomi”.
· 22:3 Abraam si alzò la mattina di buon’ora, ... poi partì verso il luogo che «Elohim» gli aveva indicato.
· 22:9 Giunsero al luogo che «Elohim» gli aveva detto. Abraam costruì l’altare e vi accomodò la legna; legò Yitzhak suo figlio, e lo mise sull’altare, sopra la legna.
· 22:11-12 Ma «l’Angelo dell’Eterno» lo chiamò dal cielo e disse: “Abraam, Abraam!... Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male!”.
· 22:6 … «proseguirono tutti e due insieme».
· 22:8 … «proseguirono tutti e due insieme».
· 22:19 «Abraam tornò dai suoi servi».
In questo caso abbiamo due importanti indicazioni a favore di questa seconda interpretazione: in primo luogo, chi comanda ad Avraham di fare il sacrificio è Elohim, mentre chi da il contrordine è “l’angelo del Signore”, non lo stesso Elohim –sull’identità dell’Angelo di YHVH è necessario uno studio a sé–. Allora, avrebbe Avraham disubbidito a Elohim ascoltando il Suo Messaggero, che, anche se Lo rappresenta con la Sua stessa autorità, non è da chi egli ha ricevuto l’ordine iniziale? È come se il re dà un ordine, e poi arriva un ambasciatore che, in nome e per conto del re, rappresentando la sua autorità, annulla l’ordine. Questo è l’unico caso in tutte le Scritture che in un medesimo episodio, parlano con la stessa persona sia Elohim che l’Angelo dell’Eterno; in tutti gli altri casi, parla o l’Uno o l’Altro, ma mai entrambi sullo stesso fatto.
Il secondo indizio è che in due occasioni il testo dice che nel salire sul monte, padre e figlio andavano insieme, ma nello scendere, solo ci dice che Avraham tornò dai suoi servi, e da lì partì per Beer-Sheva.

Passiamo ora allo studio del brano, affrontando prima la questione morale del sacrificio umano.
Il primo elemento da considerare è che fin dall’inizio, in questo caso particolare non vi era alcuna intenzione da parte di Elohim di stabilire o approvare in alcun modo, il sacrificio umano, ma era solo una PROVA: 22:1 “Dopo queste cose, Elohim «mise alla prova» Abraam”. Questa introduzione ci indica l’obiettivo del suo ordine, ed anticipa l’idea che Egli sarebbe intervenuto per evitarne l’esecuzione.
Per quanto riguarda il possibile conflitto morale che Avraham avrebbe avuto al ricevere un tale ordine, potendo equiparare Elohim con le divinità pagane che richiedevano tali rituali, vi era una differenza almeno nella forma: Yitzhak era un giovane adulto (poteva portare sulle sue spalle tutta la legna necessaria per il proprio sacrificio), mentre nel paganesimo si sacrificavano bambini in (precedentemente drogati in modo che non fossero a coscienti). In un altro aspetto, Avraham sapeva che Elohim è il padrone della vita, Egli la dà e la toglie, in modo naturale o per mano dell’uomo.Anche Giobbe fu sottoposto a prove più dure, benché no gli fu ordinato di eseguirle per propria mano. Al di là di queste considerazioni, Avraham credette nella promessa, ed era sicuro che qualunque fosse stato il risultato, Yitzhak sarebbe sopravvissuto –per interruzione del sacrificio, o per risurrezione–.
C’è anche un profondo significato profetico, che vedremo nella conclusione di questo capitolo.

Circa le due interpretazioni citate, come abbiamo visto, la prima –che Yitzhak non è stato effettivamente sacrificato, ma Avraham riuscì ad interrompere tempestivamente l’esecuzione dell’ordine al momento di ricevere il contrordine dall’Angelo– sembra essere quella più coerente, ma il fatto che nel ritorno parla solo di Avraham, e Yitzhak non è più menzionato fino al capitolo 24, dopo la morte di Sarah, lascia una questione difficile da risolvere –a meno che prendiamo in considerazione l’aspetto profetico di questo evento–. Dopo il sacrificio, la prima volta che Yitzhak entrerà nella tenda di sua madre è quando porta lì Rivkah: 24:67 ”E Yitzhak condusse Rebecca nella tenda di Sara sua madre, la prese, ed ella divenne sua moglie, ed egli l’amò. Così Yitzhak fu consolato dopo la morte di sua madre”.

Per quanto riguarda la seconda interpretazione, questa sembra essere stata più diffusa in tempi apostolici, come spiega l’autore della Lettera agli Ebrei:

Ebrei 11:17 Per fede Abraam, quando fu messo alla prova, offrì Yitzhak; egli, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito. 18 Eppure Elohim gli aveva detto: “È in Yitzhak che ti sarà data una discendenza”. 19 Abraam era persuaso che Elohim è potente da risuscitare anche i morti; e riebbe Yitzhak come per una specie di risurrezione.

Avraham credeva nella risurrezione dei morti. Questa affermazione, e la sua determinazione a portare a compimento il comando di sacrificare suo figlio in cui aveva ricevuto la promessa, dimostrano che le interpretazioni moderne sono errate (comprese quelle del giudaismo revisionista), cioè, quelle teorie che sostengono che la fede nella risurrezione non esisteva in Israele fino a dopo l’esilio in Babilonia. Infatti, il tema della risurrezione in connessione con l’Aqedat Yitzhak è centrale in tutti i Midrashim, anche quando il contenuto degli stessi suscita perplessità. In molti casi, i Midrashim contraddicono la Scrittura proponendo interpretazioni bizzarre, speculative o assurde. Anche con rispetto all’Aqedat Yitzhak s’allontanano dal testo scritto, tuttavia è interessante l’enfasi messo sulla risurrezione, e quindi citeremo le interpretazioni proposte:
Nel Pirké De-Rabbi Eliezer commenta Rabbi Yehuda che quando il coltello toccò il collo di Yitzhak, la sua anima ne uscì, e quando Elohim parlò da in mezzo ai cherubini, dicendo: «Non stendere la mano contro il ragazzo» la sua anima ritornò a lui, e d’allora Yitzhak capì che la Torah conferma la risurrezione dei morti, e disse la preghiera “Benedetto sei tu, O Elohim, che risusciti i morti!”.
Il Midrash HaGadol dei Giudei Teymanim dà un’interpretazione simile.
Il Midrash VaYosha racconta una storia più fantastica, dicendo che gli angeli piansero e le loro lacrime caddero sul coltello, facendo sì che questo non potesse far male a Yitzhak, ma nonostante la sua anima lo lasciò. Allora Elohim rimproverò l’angelo Mikhael e gli disse: “Che cosa stai facendo lì? Non lasciare che lo uccida!” Allora Mikhael chiamò Avraham per fermare la sua mano, e così l’anima tornò a Yitzhak, che disse la preghiera citata sopra.
La quarta variante è presentata in Shibboleh HaLeket, di Tzidkiyah HaRofeh, che è l’interpretazione più assurda, dice che il sacrificio fu consumato interamente e Yitzhak fu ridotto in cenere, che furono sparse sul monte Moria; poi Elohim mandò la rugiada scendere su di loro e lo riportò in vita, e poi gli angeli cantarono “Benedetto sei tu, O Elohim, che risusciti i morti!”.
L’importanza di queste interpretazioni midrashiche, per quanto siano assurde e non plausibili, risiede nel concetto della risurrezione, che era essenziale nel giudaismo storico.

Natura del Sacrificio:
Dal testo si capisce che il tipo di sacrificio richiesto era l’olocausto, vale a dire, offerta accesa, passata attraverso il fuoco. Anche se la Torah non era ancora stata scritta, era già stata rivelata, almeno in parte, ed entrambi padre e figlio, sapevano esattamente come si faceva un olocausto: 22:7 Yitzhak parlò ad Abraam suo padre e disse: “Padre mio!” Abraam rispose: “Eccomi qui, figlio mio”. E Yitzhak: “Ecco il fuoco e la legna; ma dov’è l’agnello per l’olocausto?” –la vittima doveva essere un montone, e doveva essere sgozzato e bruciato completamente. Comprendiamo anche dal testo che ad un certo punto, Yitzhak capì che egli stesso sarebbe stato la vittima. Come tale accettò la volontà di Elohim (e questo ha incoraggiato molti Ebrei nel corso della storia a preferire il martirio piuttosto che disobbedire alla volontà di Elohim). Mentre si sapeva quale fosse la procedura per offrire un olocausto animale, nulla era stato stabilito su come procedere se la vittima fosse umana. La vita dell’animale non risiede nella stessa sfera di quella dell’essere umano. Avraham e Yitzhak avrebbero deciso di renderlo il più breve possibile, in modo che la sofferenza fosse accorciata per entrambi.

Anche tra coloro che sostengono che il sacrificio effettivamente ebbe luogo –perché Avraham non avrebbe disubbidito Elohim in quanto l’ordine di fermarsi venne dall’Angelo e non dallo stesso Elohim– c’è l’idea che Avraham avrebbe messo Yitzhak da qualche parte in attesa della sua risurrezione, ed avrebbe sacrificato l’ariete sull’altare –mescolando il sangue d’entrambi–. Questa interpretazione non è esente di un profondo significato, che identifica il kohen con l’offerta: nella cerimonia dell’olocausto, è lo stesso kohen che rappresenta tutto il popolo, e sarebbe lui che si dovrebbe caricare con il peccato, ma nell’imporre le sue mani su un animale, è quest’ultimo che prende il suo posto. Anche involontariamente, questa interpretazione cheviene dai Giudei ci presenta un aspetto profetico interessante: mescolando il sangue di Yitzhak con quello del montone, Yitzhak è allo stesso tempo kohen ed offerta, figura del Messia.
D’altronde, la tesi secondo cui l’Angelo di YHVH non ha la stessa autorità di Elohim, è discutibile (ed in 22:15-16 l’Angelo parla di Sé stesso come Elohim). Nel corso della Scrittura, Egli Si presenta in due aspetti principali: Elohim è giustizia, YHVH è misericordia, e quando si presenta come YHVH Elohim, si manifesta tutta la Sua Persona.

Abbiamo letto che “Abraam tornò dai suoi servi. Essi si levarono e insieme andarono a Beer-Sceba. E Abraam abitò a Beer-Sceba”, e con questa frase si conclude la storia di Aqedat Yitzhak. Solo nel capitolo 24 è di nuovo menzionato Yitzhak, e viveva altrove, non suo padre:

Genesi 24:62 Yitzhak era tornato da Be’er Lachai-Ro’i [Pozzo del Vivente-che-mi-vede]; e abitava nella regione del Negev.

E così lo interpreta anche Rashi, dicendo che in 22:19 Yitzhak non è menzionato perché non ritornò a casa con suo padre, ma è andato a studiare alla yeshivah di Shem – quest’ultima dichiarazione senza fondamento scritturale, ma ciò che è interessante circa la dichiarazione Rashi è che egli ha capito che Yitzhak era vivo nel momento in cui Avraham scese dal monte.
Avraham andò a vivere a Be’er-Sheva, anche se successivamente si trasferì a Kiryat-Arba (Hevron), poiché ivi morì Sara (23:2) ed anche lui (25:7-10). Perché Yitzhak non andò con lui? E quale significato ha il luogo dove si trovava a vivere, il “Pozzo-del-Vivente-che-mi-vede”? I pozzi sono un elemento ricorrente nella vita di Yitzhak, ma che sia andato a vivere presso questo pozzo particolare è molto significativo. Chi ha dato il nome a questo pozzo?

Genesi 16:7 L’angelo dell’Eterno la trovò presso una sorgente d’acqua, nel deserto, presso la sorgente che è sulla via di Shur. 13 Allora Hagar diede all’Eterno, che le aveva parlato, il nome di Atta-El-Ro’i [Elohim della Vista]; perché disse: “Ho io, proprio qui, veduto colui che mi ha vista?” 14 Perciò quel pozzo fu chiamato Beer Lachai-Ro’i [Pozzo del Vivente-che-mi-vede]. Ecco, esso è tra Kadesh e Bered.

Il nome di questo pozzo è stato dato da Hagar, madre di Ismaele. Perché Yitzhak sarebbe andato a vivere presso il pozzo di Hagar, la madre di Ismaele, e non con suo padre e sua madre? Solo quando ha celebrato il suo matrimonio, tornò ad entrare nella tenda di Sara:

Genesi 24:63 Yitzhak era uscito, sul far della sera, per meditare nella campagna; e, alzando gli occhi, guardò, e vide venire dei cammelli. 67 E Yitzhak condusse Rebecca nella tenda di Sara sua madre, la prese, ed ella divenne sua moglie, ed egli l’amò. Così Isacco fu consolato dopo la morte di sua madre.

C’è una forte carica profetica in questi eventi. Avraham è la figura del “Padre” (Genesi 17:5; Giosuè 24:3; Isaia 51:2), Yitzhak è la figura del “figlio unico” (Genesi 22:2,12,16), che fu sacrificato e risuscitò (in atto o in senso figurato, abbiamo visto entrambe le interpretazioni), e dopo la sua risurrezione fu nascosto da casa sua, e si presentò ai gentili –rappresentati da Hagar–, vivendo in mezzo a loro, e solo tornerà a mostrarsi in casa sua quando celebrerà le sue nozze. Yitzhak è un tipo del Messia:
Nel Midrash Rabbah è scritto – anche se si riferisce a Mosè e non a Yitzhak, ma dimostra che l’occultamento del Messia al suo popolo fa parte della teologia ebraica:
“Così come Mosheh, il Messia sarà rivelato, poi nascosto, e poi rivelato di nuovo” (Bemidbar Rabbah 11:2).
Qui troviamo un parallelo notevole con Yeshua, che, come Yitzhak, portò la legna per il proprio sacrificio e fu allo stesso tempo kohen e offerta; dopo il suo sacrificio fu nascosto a quelli della sua casa, i giudei, per mostrarsi ai gentili fino al giorno del suo ritorno, in cui celebrerà le nozze con la sposa, che però appartiene alla casa del Padre suo, non ai gentili, e la fa entrare nella tenda di sua madre. In tutta la Scrittura la figura della sposa è Israele. Yeshua come Messia sofferente è venuto per riscattare le pecore perdute della casa d’Israele, che si trovano tra i gentili. Poi arriva come Messia trionfante per la Casa di Yehuda, celebra il suo matrimonio e fa entrare Israele nella tenda di Yehuda, risollevando la tenda di Davide e riunendo nuovamente i due popoli in uno.
Purtroppo il giudaismo moderno, nello sforzo di negare il Messia –che è stato nascosto ed è quindi volontà d’Elohim che non lo vedranno fino a quando arrivi il momento– ha a più riprese reinterpretato la Scrittura differenziandosi sempre più dal giudaismo antico e, quindi, ha anche svuotato l’Aqedat Yitzhak dal suo profondo significato profetico.
Vi è un’altra considerazione che dobbiamo fare su questo parallelo: Yitzhak è l’unico dei Patriarchi che non ha mai lasciato Canaan –Gherar, dove regnava Abimelech, faceva parte della Terra Promessa, anche se in tempi di Yitzhak era un regno indipendente–, e quando ebbe inteso d’andare in Egitto fu avvertito da Elohim di non farlo (Genesi 26:1-5). Il motivo è che egli è stato dedicato al sacrificio, e al di là che sia stato fatto o no, ogni offerte destinata ad essere sacrificata al Signore, sia essa una persona, animale o vegetale, non può lasciare la Terra di Israele. Questo particolare è un’ulteriore prova che la storia della fuga in Egitto è un’aggiunta greca all’Evangelo di Matteo, che non appartiene al testo originale, come abbiamo spiegato in un altro studio. Questo dettaglio è stato trascurato dall’editore greco dell’Evangelo.



Fu Yosef venduto dai suoi fratelli?

C’è un racconto molto interessante in Genesi, che è una delle scene più conosciute della Bibbia: la vendita di Yosef, che secondo quanto si crede generalmente fu venduto dai suoi fratelli, ma vedremo che non accadde esattamente così:

Genesi 37:17 Allora Yosef andò in cerca dei suoi fratelli, e li trovò a Dothan. 18 Essi lo scorsero da lontano e, prima che fosse loro vicino, complottarono contro di lui per ucciderlo. 19 E dissero l’un l’altro: «Ecco che arriva il sognatore! 20 Ora dunque venite, uccidiamolo e gettiamolo in un pozzo; diremo poi che una bestia feroce lo ha divorato; così vedremo che ne sarà dei suoi sogni». 21 Reuben udì questo e decise di liberarlo dalle loro mani, e disse: «Non gli togliamo la vita». 22 Poi Reuben aggiunse: «Non spargete sangue, ma gettatelo in questo pozzo nel deserto e non colpitelo di vostra mano». Diceva così, per liberarlo dalle loro mani e riportarlo a suo padre. 24 Poi lo presero e lo gettarono nel pozzo. Or il pozzo era vuoto, senz’acqua dentro. 25 Poi si misero a sedere per prendere cibo; ma, alzando gli occhi, ecco videro una carovana di Ismaeliti, che veniva da Galaad coi loro cammelli carichi di spezie, di balsamo e di mirra, in viaggio per portarli in Egitto. 26 Allora Yehuda disse ai suoi fratelli: «Che guadagno avremo a uccidere nostro fratello e a nascondere il suo sangue? 27 Venite, vendiamolo agli Ismaeliti e non lo colpisca la nostra mano, perché è nostro fratello, nostra carne». E i suoi fratelli gli diedero ascolto. 28 Come dei mercanti Madianiti passavano, essi sollevarono e tirarono Yosef fuori dal pozzo e lo vendettero agli Ismaeliti per venti sicli d’argento. E questi condussero Yosef in Egitto. 29 Or Reuben tornò al pozzo, ed ecco, Yosef non era più nel pozzo. Allora egli si stracciò le vesti. 30 Poi tornò dai suoi fratelli e disse: «Il fanciullo non c’è più; e io, dove andrò io?». 36 Intanto quei Madianiti vendettero Yosef in Egitto a Potifar, ufficiale del faraone, capitano delle guardie.
39:1 Yosef fu portato in Egitto; e Potifar, ufficiale del faraone, capitano delle guardie, un Egiziano, lo comprò da quegli Ismaeliti che ce l’avevano condotto.

Spesso si pone la questione, chi ha acquistato Yosef, gli Ismaeliti o i Madianiti? Oppure, sono i due termini intercambiabili? Secondo lo stesso libro di Genesi, sono due popoli differenti, anche se simili ed imparentati.
Per poter capire il ruolo degli Ismaeliti e dei Madianiti in questo passaggio, dobbiamo ragionare cercando di riprodurre la scena:
Per cominciare, i fratelli di Yosef erano in Dothan (v. 17), un luogo alto da cui è possibile vedere gran parte della valle di Yitzreel. Essi lo vedono arrivare da lontano e progettano ucciderlo, ma il fratello maggiore, Reuben, li convince di gettarlo in un pozzo per andare poi egli stesso in suo soccorso e portarlo a casa (v. 22). Il pozzo era nel deserto, non a Dothan. Poi ritornarono a dov’erano prima, e si sedettero a mangiare (v.25). In quel momento, videro una carovana di Ismaeliti scendere a valle (che era diversi chilometri, ma la si poteva osservare tranquillamente, avendo il tempo sufficiente per tornare al pozzo prima che la carovana passasse di lì) e Yehuda pensò che fosse più conveniente venderlo agli Ismaeliti -e non per un po’ d’argento, ma piuttosto avrebbe pensato in un certo valore in oro- (v. 27). E qui arriviamo al punto chiave di questa scena: «Come dei mercanti Madianiti passavano, essi sollevarono e tirarono Yosef fuori dal pozzo e lo vendettero agli Ismaeliti per venti sicli d’argento». In senso opposto alla carovana di Ismaeliti, saliva sulla valle un’altra carovana di Madianiti che i fratelli di Yosef non videro, e passando vicino al pozzo e sentito le grida di Yosef,“essi sollevarono e tirarono Yosef fuori dal pozzo”… essi, chi? non i fratelli di Yosef, che stavano ancora mangiando, ma i Madianiti, e quando questi incontrarono gli Ismaeliti, glielo vendettero per 20 shekalim d’argento, prezzo veramente basso perché era tra mercanti, da rivendere. È evidente che non furono i fratelli che lo portarono fuori dal pozzo e lo vendettero perchè Reuben andò a prenderlo e non lo trovò, e poi “ritornò dai suoi fratelli”, che erano ancora lì e non si erano mossi, in quanto è stato Reuben che se n’era andato anticipatamente per poter arrivare prima di loro e riscattarlo.
Infine, un’apparente contraddizione si pone alla fine del racconto, e molti interpretano che qui Madianiti ed Ismaeliti siano stati utilizzati come sinonimi, dove si dice in primo luogo che i Madianiti lo vendettero a Potifar (37:36), e poi dice che Potifar lo comprò agli Ismaeliti (39:1): inizialmente, sono stati i Madianiti che lo vendettero, attraverso gli Ismaeliti, agli Egizî. C’è stata una doppia vendita, indipendente da una vendita prevista non concretizzata, dai fratelli di Yosef, che in realtà non riuscirono a venire a contatto né con i Madianiti che avevano trovato Yosef nel pozzo né con gli Ismaeliti nel loro cammino verso Egitto.

Tuttavia, più avanti troviamo la seguente dichiarazione: Yosef disse ai suoi fratelli: «Io sono Yosef, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto. Ma ora non vi rattristate, né vi dispiaccia di avermi venduto perché io fossi portato qui; poiché Elohim mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita» – Genesi 45:4-5.
A quanto pare qui suggerirebbe che sono stati i fratelli che lo hanno venduto, ma in realtà Yosef esprime ciò che egli pensava, oppure si riferisce all’intenzione che essi avevano avuto, perché in ogni caso se i Madianiti non fossero passati da lì, i fratelli lo avrebbero venduto agli Ismaeliti. È interessante notare che, quando Yosef era in una posizione privilegiata in Egitto per sette anni, non ha cercato di sapere qualcosa sulla sua famiglia né su suo padre, che lo aveva mandato a portargli notizie dei suoi fratelli sapendo chi erano e di che cosa erano capaci. Parleremo su questo in un’altra occasione.



Chi era Giobbe, ed in quale epoca è vissuto?

Sicuramente uno dei personaggi più misteriosi della Bibbia è Giobbe. Il libro che racconta la sua storia è l’unico che ha come protagonisti dei “gentili”, vale a dire, nessuno dei personaggi appartiene al popolo di Israele, né si menziona Israele, né Avraham o Yitzhak. Questo è anche il motivo per cui molti non riescono ad inquadrarlo nel tempo. Tuttavia, anche se identificare a quale popolo appartenne non è semplice, l’epoca in cui visse può essere determinata.

Giobbe 1:1 C’era nel paese di Uz un uomo che si chiamava Giobbe. Quest’uomo era integro e retto; temeva Elohim e fuggiva il male.

La prima indicazione che troviamo è che abtava nel paese di ‘Utz. Quindi, prima vediamo chi era ‘Utz – sappiamo che molti dei nomi di nazioni o paesi provengono da un patriarca, e in questo caso particolare, ci sono due con quel nome:

Genesi 10:23 I figli di Aram furono: Uz, Ul, Gheter e Mas.
22:20 Dopo queste cose fu riferito ad Abraam questo: Ecco, Milca ha partorito anch’ella dei figli a Nachor, tuo fratello: 21 Uz, il primogenito, Buz, suo fratello, Chemuel padre d’Aram.

Questo nome, che traslitterato è ‘Utz –in ebraico: עוּץ– ci dà un’indicazione sulla terra di residenza di Giobbe. Abbiamo dunque un ‘Utz che è figlio di Aram, figlio di Shem, e quindi Arameo. Il secondo ‘Utz è il figlio di Nachor, fratello di Avraham, discendente di Arpakshad, che a quel tempo erano anch’essi chiamati “Aramei” (cfr. Genesi 25:20; 28:5; 3:20,24). In entrambi i casi, la posizione geografica indica una regione della Siria, perché sia Aram che Nachor si stabilirono in questa zona. Questo non implica necessariamente che Giobbe fosse discendente da uno dei due ‘Utz, ma il fatto che abitasse in quel paese è già significativo, ed una cosa si può determinare con certezza: era Semita, e forse della famiglia di Terah, padre di Avraham, dal momento che un secondo indizio conduce all’‘Utz figlio di Nachor:

Giobbe 32:6 Elihu, figlio di Baracheel il Buzita, rispose e disse:

Elihu era uno degli amici di Giobbe, il più giovane di loro, che si presenta solo alla fine, ed era “Buzita”, vale a dire, un discendente di Buz. E come abbiamo letto in Genesi 22:21, Buz era fratello di ‘Utz, ed è quindi più che probabile che i loro rispettivi territori fossero adiacenti. Quindi, possiamo determinare che il paese in cui viveva Giobbe era quello di ‘Utz figlio di Nachor e nipote di Avraham.
Un altro degli amici di Giobbe era un diretto discendente di Avraham:

Giobbe 2:11 Tre amici di Giobbe, Elifaz di Teman, Bildad di Shuach e Zofar di Naama…

Bildad era “di Shuach” cioè, un discendente di Shuach, figlio di Avraham e Keturah:

Genesi 25:1 Abraam prese un’altra moglie, di nome era Keturah. 2 Questa gli partorì Zimran, Jocsan, Medan, Madian, Isbac e Shuach.

Questi dati già collocano Giobbe in una delle generazioni successive ad Avraham: ‘Utz e Buz, figli di Nachor, e Shuaj, figlio di Avraham, sono i patriarchi di riferimento del paese di Giobbe e di due suoi amici. Ci confermano anche il territorio in cui Giobbe visse: ad est di Israele, perché Avraham mandò i suoi figli ad est, fuori dalla terra assegnata a Yitzhak (Genesi 25:6), e questo coincide con il sud della Siria antica, che s’estendeva anche su una parte dell’odierna Giordania.
La terza indicazione ci fornisce maggiore precisione nello spazio e nel tempo: Elifaz di Teyman, il primo nella lista di amici di Giobbe, che abbiamo già letto in Giobbe 2:11. Sia il suo nome che la sua nazionalità indicano chiaramente la sua origine:

Genesi 36:10 Questi sono i nomi dei figli di Esaù: Elifaz, figlio di Ada, moglie di Esaù; Reuel, figlio di Basmat, moglie di Esaù. 11 I figli di Elifaz furono: Teman, Omar, Sefo, Gatam e Chenaz.

Elifaz, padre di Teyman e figlio d’Esaù, potrebbe essere la stessa persona dell’Elifaz di Teyman del Libro di Giobbe. Anche se Elifaz è il padre e Teyman il figlio, è da quest’ultimo che prende il nome una delle più importanti città di Edom, e se il padre era abitante di questa città, è normale che sia identificato come un cittadino della stessa, anche se questa porta il nome di suo figlio e non il proprio. Se non fosse così, in ogni caso i nomi si trasmettevano per via ereditaria, e questo Elifaz sarebbe sicuramente un figlio di Teyman, e quindi, un diretto discendente d’Esaù. E questo dato finale ci permette di collocare Giobbe nello spazio e nel tempo: la terra di ‘Utz sarebbe infatti nell’antica Siria meridionale, nell’odierna Giordania, adiacente o appartenente al territorio più ampio ed indefinito di Edom, ed il periodo in cui visse Giobbe sarebbe almeno due generazioni dopo Giacobbe ed Esaù, quindi durante il periodo in cui Israele era in Egitto.
Questa posizione geografica è confermata dal Profeta Geremia:

Lamentazioni 4:21 Esulta, gioisci, o figlia di Edom, che risiedi nel paese di Uz!

Cioè, il territorio d’Edom comprendeva anche il paese di ‘Utz. Gli amici di Giobbe provenivano da luoghi circostanti: Buz, Teyman, Shuach, e solo manca definire Na’amah, da dov’era Tzofar, che potrebbe essere una città cananea poi conquistata da Yehuda, nelle vicinanze di Edom (Giosuè 15:21,41).

Avendo determinato il paese di residenza, che è Edom, ancora ci resta capire se Giobbe era Edomita come alcuni interpretano, o se apparteneva ad un’altra stirpe. Ovviamente, Giobbe conosceva l’Elohim di Avraham, e per questo è possibile che appartenesse alle prime generazioni di Esaù, quando c’erano ancora tra gli Edomiti coloro che servivano l’Eterno – come lo stesso Elifaz di Teyman. In base alla sua posizione, si è anche ipotizzato che Giobbe avrebbe potuto essere un prìncipe, e in questo contesto, si è tentato di identificarlo con Jobab, nipote d’Esaù e secondo re di Edom (Genesi 36:13,33). Nella traslitterazione questi due nomi potrebbero in qualche modo essere collegati: nella scrittura ebraica sarebbero: איוב, Iyov / יובב, Yovav, in modo che togliendo l’alef iniziale a Iyov, ed aggiungendo una beth alla fine, il nome diventa Yovav, che inizia con la yod, e questo potrebbe essere accettato come una licenza poetica dello scrittore, dando a sua volta un significato diverso al nome, anche se entrambi si applicherebbero al carattere, essendo Yovav “colui che invoca” e Iyov “perseguitato”, in relazione alla sua prova. Tuttavia, questa associazione Iyov-Yovav rimane nell’ambito delle congetture o speculazioni, dal momento che non vi è nessuna prova attendibile, in definitiva, conoscendo che nelle lingue semitiche i sostantivi sono derivati da verbi, e questi due nomi provengono da verbi diversi.

C’è un altro aspetto che è molto più significativo, e che collegherebbe Giobbe ad un altro personaggio delle Scritture sulla base di caratteristiche comuni:

Giobbe 1:5 Quando i giorni della festa terminavano, Giobbe li faceva venire per purificarli; si alzava di buon mattino e offriva un olocausto per ciascuno di essi, perché diceva: “Può darsi che i miei figli abbiano peccato e abbiano rinnegato Elohim in cuor loro”. Giobbe faceva sempre così.
42:7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l’Eterno disse a Elifaz di Teman: “La mia ira è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe. 8 Ora dunque prendete sette tori e sette montoni, andate a trovare il mio servo Giobbe e offriteli in olocausto per voi stessi. Il mio servo Giobbe pregherà per voi e io avrò riguardo a lui per non punire la vostra follia, poiché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe”. 9 Elifaz di Teman e Bildad di Suach e Zofar di Naama se ne andarono e fecero come l’Eterno aveva loro ordinato; e l’Eterno ebbe riguardo a Giobbe.

Giobbe offriva olocausti per il peccato, il che indica che esercitava funzioni sacerdotali, cioè, era un kohen prima che esistesse il Ministero Levitico. Egli intercedeva per i peccati dei suoi figli, e poi Elohim l’ha esortato a farlo anche per i suoi amici, che erano timorosi d’Elohim, ma avevano peccato con le loro parole. Giobbe è il primo che troviamo nella Bibbia ad offrire sacrifici espiatori, ed in favore di altri, prima che la Torah fosse stata data in Sinai (vedi: Sacrifici Espiatori).
Quale altro personaggio conosciamo in questo periodo precedente l’Esodo, che era kohen, serviva l’Eterno e non era Israelita?

Esodo 3:1 Mosè pascolava il gregge di Jetro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Elohim, a Oreb.
18:1 Jetro, sacerdote di Madian, suocero di Mosè, udì tutto quello che Elohim aveva fatto in favore di Mosè e d’Israele suo popolo: come l’Eterno aveva fatto uscire Israele dall’Egitto. 12 Jetro, suocero di Mosè, prese un olocausto e dei sacrifici per offrirli a Elohim; Aaronne con tutti gli anziani d’Israele vennero a mangiare con il suocero di Mosè davanti a Elohim.

Yethro, il suocero di Mosè. Anche egli offriva olocausti, eppure se in questo caso particolare non erano per il peccato, egli è specificatamente chiamato “kohen”, indicando che esercitava tale ministero per l’Elohim di Avraham. Yethro non è Edomita, ma un Madianita, vale a dire, un discendente di Avraham e Keturah, ed è anche chiamato “Keneo” (Giudici 1:16). Però, ha anche un altro nome:

Esodo 2:18 Quando esse giunsero da Reuel, loro padre, questi disse: “Come mai siete tornate così presto oggi?”
Numeri 10:29 Mosè disse a Obab, figlio di Reuel, madianita, suocero di Mosè:

Il nome Reu’el, “Amico di Elohim”, è anche quello di un figlio di Esaù e di Basmath, figlia di Ismaele (Genesi 36:3,4,10), e questo Reuel figlio d’Esaù, è il nonno di Jobab re di Edom, di cui abbiamo parlato (Genesi 36:17,33 – Zerach, figlio di Reu’el e padre di Yovav). Questo nome in qualche modo collegherebbe Yethro con il clan Edomita di Reuel, anche se può essere solo un omonimo. Tuttavia, possiamo capire che Edom era un regno molto particolare, in cui la successione non era per discendenza, poiché nella lista dei re di Edom ogni re apparteneva ad una città diversa e non era figlio di quello precedente (Genesi 36:31-39), ma ci sarebbe stata una qualche forma di elezione, probabilmente tra i capi clan e prìncipi (Genesi 36:19,40-43). Ed a quanto pare, non era necessario neppure essere di stirpe Edomita, perché c’erano anche dei capi del popolo degli Hurriti che vivevano nello stesso paese, Seir (Genesi 36: 20-30). Pertanto, è possibile che un Madianita fosse stato kohen del clan Edomita di Reuel, e ci sono altri dati che provano che i Madianiti convivevano pacificamente ed erano alleati dei loro vicini, con i quali spesso condividevano il territorio.
In conclusione, possiamo stabilire che Giobbe deve aver avuto qualche ascendenza su Jethro, sia per lignaggio –ed in questo caso Giobbe sarebbe un Madianita– o per ministero sacerdotale, e sarebbe quindi in questo modo che Mosè venne a conoscere la storia di Giobbe, attraverso Jethro. Non possiamo affermare che Giobbe era Edomita, o Madianita, o discendente di Nachor. Sì possiamo determinare che visse nel periodo in cui Israele era in Egitto, e sarebbe stato contemporaneo alla generazione di Efraim e Manasse, o poco dopo.


 

 

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