ISRAELE
IL POPOLO ELETTO


Letteratura Ebraica del Periodo del Secondo Tempio
– Scritti non citati nel Nuovo Testamento –


Il ritorno dei Giudei da Babilonia produsse alcuni cambiamenti significativi nella composizione delle Scritture e nell’interpretazione delle stesse. In questo periodo del Secondo Tempio si scrivono gli ultimi libri ammessi nel TaNaKh ed una vasta produzione di apocrifi e pseudo-epigrafici – alcuni di questi molto apprezzati dagli esseni, la Comunità di Qumran ed ambienti mistici giudei, ed altri libri furono inclusi nella versione dei Settanta. Nasce il concetto di “giudeo” come identità nazionale e religiosa, che comprendeva diverse correnti interpretative della Scrittura, e si rafforza particolarmente la speranza messianica. Tra l’abbondante letteratura giudaica che si scrisse spicca l’apocalittica, e vi è anche un importante sviluppo del mito e, di conseguenza, significativi errori storici.
In questa sezione parleremo circa l’unico scritto accettato nel TaNaKh che non si trova tra i Manoscritti di Qumran e la cui inclusione nelle Scritture Ebraiche è stata oggetto di dibattito –Esther–, ed in seguito vedremo alcuni degli apocrifi giudaici precedenti al cristianesimo.


Esther

Il Libro di Esther è probabilmente quello che suscita più controversie tra tutti i libri del TaNaKh. È l’unico che non è presente tra i Rotoli di Qumran (molto probabilmente perché quella comunità non lo considerava ispirato né degno d’essere letto – nemmeno celebravano Purim né era prevista tale celebrazione nel loro calendario). La sua posizione nella storia è difficile da stabilire. Le leggende, o favole, che sono state scritte su questo libro nei Midrashim, l’Agadah, il Talmud ed altri scritti rabbinici sono tra le più assurde ed incoerenti, al punto di fare sembrare credibili le storie di Ctesias. Le interpretazioni che troviamo in essi su Vashti, Mordechai ed Esther non sono solo assurde, ma anche immorali. Però, ciò che ci interessa ora è la storicità del racconto e la sua posizione nelle Scritture. Il Libro di Esther è di difficile collocazione storica se si considera la cronologia convenzionale, che viene proposta dagli storici greci (Erodoto, Ctesia, Senofonte, ecc.), che è incompatibile con gli unici documenti persiani originali, la Rocca di Behistun e il Cilindro di Ciro, né con la Bibbia. Se dobbiamo credere alla cronologia ufficiale, il Libro di Esther sarebbe solo un romanzo storico (come l’apocrifo di Giuditta, con il quale faremo un confronto), in quanto i fatti narrati non sono segnalati da nessuno storico né esiste menzione di un decreto di sterminio di tali dimensioni condotte da alcun re persiano. Tuttavia, la descrizione dei dettagli dello splendore della corte persiana, gli intrighi che caratterizzavano i regni persiani, e gli eventi politici attribuiti al re persiano sono storicamente accurati. L’autore evidentemente visse a Susa durante il periodo degli Achemenidi e conosceva perfettamente l’atmosfera della corte.
Lo studio del Libro di Esther a fondo richiederebbe molte pagine e molte ore, quindi ci limiteremo qui solo a considerare alcuni dettagli per cui questo libro è riuscito ad essere incluso nel TaNaKh pur avendo molte caratteristiche che lo escluderebbero.

Il racconto in sé non contiene errori storici, ma piuttosto personaggi non facilmente identificabili a causa della pochissima documentazione esistente sull’Impero Persiano Achemenide, e fatti impossibili da conciliare con le versioni degli storici greci. Se fosse possibile stabilire con certezza l’identità di Ahashverosh –Assuero– potrebbe risolversi l’enigma. Sicuramente, l’identificazione tradizionale di questo re con Serse è del tutto inadeguata, e indipendentemente degli anni di regno riconosciuti dalla cronologia stabilita –cioè, quella greca– il candidato più in linea con il carattere di Ahashverosh sarebbe Cambise, figlio di Ciro – il quale è chiamato Assuero in Ezra 4:6 (vedi: Assuero) e secondo alcuni documenti avrebbe regnato diciotto anni e non nove come fino ad oggi gli sono attribuiti.
Altre peculiarità della Meghillàh (com’e comunemente detto il Libro di Esther) sono:
· È l’unico libro del TaNaKh che non menziona –apparentemente– nessun riferimento a Elohim;
· È l’unico libro del TaNaKh in cui una persona è chiamata “Giudeo” –haYehudi– (lo stesso termine si trova anche in Zaccaria 8:23, riferendosi ai Giudei in generale, e in Geremia 44:26 dice letteralmente “uomo di Yehuda”, in entrambi i casi in senso profetico);
· È il primo riferimento esplicito all’antisemitismo.

I protagonisti principali non dimostrano di essere zelanti per la Torah:
•Mordechai: Il nome di questo personaggio, di cui si sottolinea che è “Giudeo”, e la sua posizione nella società, ci dimostrano che in realtà non era molto osservante della Torah. Il suo nome è babilonese, derivato da una divinità caldea, Marduk. Essendo che Ciro aveva già autorizzato il ritorno a Gerusalemme, ed è il dovere di ogni giudeo di tornare alla Terra che l’Eterno ha dato a Israele, egli rimase molto confortevolmente a Susa, ed era una persona influente alle porte del palazzo reale. Il prototipo del giudeo moderno della Diaspora, di buona posizione economica, che non ha un nome ebraico, ed è legato al mondo degli affari e della politica. Addirittura permette che sua figlia adottiva, giudea, sposi un gentile e pagano, cosa che è contraria alla Torah.
• Esther, il cui nome è pure babilonese –anche se ha un altro nome che è ebraico, Hadassah– non sembra nemmeno essere molto osservante: non solo accetta di sposare un gentile, il che è proibito dalla Torah, ma neanche il marito stesso si rende conto che ella è giudea, da cui ne consegue che ella non rispettava le regole alimentari ed altri requisiti della Torah. Neanche è menzionato in alcuna parte del libro che abbia elevate preghiere.

Questo per quanto riguarda il carattere dei protagonisti che è l’aspetto che ci interessa in questo studio per capire la sua inclusione nel canone ebraico.

D’altronde, è nei commenti rabbinici –compreso il Talmud Bavli– dove abbondano incongruenze, anacronismi ed attributi immorali sui personaggi di questo libro, cose che è conveniente smentire, ma a causa della quantità di questi spropositi indicheremo solo alcuni, brevemente.

Vashti: non è di stirpe babilonese, ma persiana. Il nome Vašti è assolutamente persiano e significa “eccellente in bellezza”, che nella lingua avestica (persiano letterario) è “Vahišta”. Potrebbe avere relazione con il nome maschile Vištaspa, tradotto Istaspe, che era il padre del re Dario. Non v’è indicazione alcuna che suggerisca che si sia opposta alla ricostruzione del Tempio, né che avesse serve giudee alle quali costringesse a violare il Shabat, né che il motivo per cui si rifiutò di comparire davanti al re ed i suoi amici fu che le sarebbe cresciuta una “coda” (eufemismo). Neanche fu giustiziata, ma soltano allontanata dalla corte. Tutte queste assurde fantasie circa Vashti sono frutto dell’avversione che i rabbini di Babilonia avevano nei confronti della dinastia di Nabucodonosor, che fu scelto dall’Eterno per eseguire il Suo giudizio, e non ha nulla a che fare con la stirpe di Vashti.

Mordechai ed Esther non erano marito e moglie. È un’aberrazione supporre una cosa del genere, rendendo l’eroina del giudaismo una adultera. Il testo della Meghillàh non rappresenta una parola con un’altra ("bat" è "bat", e "bayt" è "bayt", non sono termini intercambiabili). Infatti, se Esther fosse stata la moglie di Mordechai, sarebbero entrambi un cattivo esempio, peccatori e contrari alla Torah. È già un problema il fatto che sia stata moglie di un gentile e pagano, ma la condizione di adultera è molto più grave. Questa tradizione ha generato una serie di altre leggende nell’intento di giustificare questa presunta condizione d’irregolarità. (Vedi: “Yiskah”).

È altrettanto assurda l’età che i commenti midrashici attribuiscono ad Esther quando si presentò al re per la prima volta (ovviamente, non aveva 74 o 75 anni). Nemmeno ha abortito, né fu la madre di Dario Istaspe, il quale non era figlio di un re precedente né ebbe una madre ebrea. Ci sono anche altre leggende relative ad Ahashverosh e gli altri personaggi del libro, alcune molto infantili. Pertanto, se i commenti midrashici fossero veri, la Meghillàh sicuramente non potrebbe trovarsi nelle Scritture.
Completeremo questo trattato sul Libro di Esther più avanti, dopo quello di Giuditta, facendo un confronto tra i due.


Apocrifi Giudaici

Anche se questi scritti non sono stati ammessi nel canone ebraico, sono espressione del pensiero giudaico di quel tempo. Questi costituiscono la maggior parte della letteratura ebraica per diversi secoli –tutto il periodo del Secondo Tempio–, e sono essenziali per comprendere le origini del giudaismo rabbinico e del cristianesimo, i quali condivisero la stessa conoscenza fino alla loro separazione finale. Diversi di questi libri furono considerati sacri dalle correnti più mistiche del giudaismo, così come oggi lo sono il Talmud, lo Zohar ed altri scritti che non sono Parola di Elohim e tuttavia sono essenziali negli insegnamenti rabbinici. Alcuni di questi libri sono stati inclusi nella versione dei Settanta, un numero maggiore di scritti è stato conservato dalla Comunità di Qumran. Presentiamo qui solo una sintesi dei più noti, dal momento che la maggior parte di essi contengono anacronismi, storie fantastiche ed elementi spuri che renderebbero noioso uno studio esauriente.


Giuditta

Questo libro non è presente tra i Rotoli di Qumran, ma nella versione dei Settanta. Il Libro di Giuditta è senza dubbio una storia di fantasia, un romanzo pieno di anacronismi e personaggi inesistenti. Tra le recensioni degli esegeti è stato anche ipotizzato che questo potrebbe essere un evento storico in cui i nomi dei personaggi sono stati deliberatamente modificati dal narratore, o che la sua intenzione era solo di presentare un romanzo ambientato in un presunto contesto storico difficile da determinare. Inoltre, l’autore si basa su eventi biblici precedenti. Consideriamo le principali incongruenze presenti in questo libro:

1:1 Nell’anno decimosecondo del regno di Nabucodònosor, che regnava sugli Assiri nella grande città di Ninive, Arpacsàd regnava sui Medi in Ecbàtana.

“Nabucodonosor” è il nome del più notevole dei re di Babilonia, e non regnò in Ninive, una città che suo padre, e probabilmente egli stesso come generale dell’esercito, distrusse.
“Arpakshad” non è un nome medo, ma quello del patriarca dal quale discendono gli Ebrei, fratello di Ashur, progenitore degli Assiri. Non c’è mai stato un re medo con questo nome. Neanche ci fu alcun re Arioch di Elam (1:6). Ecbatana è la città di Achmetha (Ezra 6:2), che era la capitale dei Medi.

2:4 Quando ebbe finito la consultazione, Nabucodònosor re degli Assiri chiamò Oloferne, generale supremo del suo esercito, che teneva il secondo posto dopo di lui, e gli disse:

Il nome Oloferne è ovviamente medo-persiano, come Artaferne, fratello di Dario Istaspe, o Gondaferne, re parto dell’India. L’unico riferimento storico ad Oloferne è un re armeno di Cappadocia (163-157 AEC). Sarebbe assurdo che un re d’Assiria avesse come generale principale un medo.

3:8 (3:13) Ma egli demolì tutti i loro templi e tagliò i boschi sacri, perché aveva ordine di distruggere tutti gli dèi della terra, in modo che tutti i popoli adorassero solo Nabucodònosor e tutte le lingue e le tribù lo acclamassero come dio.

Gli Assiri non hanno mai praticato l’adorazione del re. Quella era una consuetudine che fu diffusa durante la dominazione greca e successivamente verso l’imperatore romano.

5:19 (5:23) Ora appunto, riconciliati con il loro Dio, hanno fatto ritorno dai luoghi dove erano stati dispersi, hanno ripreso possesso di Gerusalemme, dove è il loro santuario, e si sono stabiliti sulle montagne, che prima erano deserte.

In questo passaggio fa capire che i Giudei che furono esiliati erano già ritornati a Gerusalemme e hanno ricostruito il Tempio, cosa avvenuta quasi un secolo dopo la distruzione di Ninive.

6:7 (6:10) Allora Oloferne diede ordine ai suoi servi, che erano di turno nella sua tenda, di prendere Achior, di esporlo vicino a Betulia e di abbandonarlo nelle mani degli Israeliti.

Achior, nome probabilmente ispirato ad Ahiqar, un presunto re di Ammon. La città di Betulia non esiste né è mai esistita. Dalla sua descrizione assomiglia a Sichem. Nell’epoca in cui c’erano re a Ninive c’erano anche i regni separati di Israele e di Yehuda, quindi l’area geografica in cui si trova la presunta città di Betulia apparterrebbe ad Israele e non avrebbe alcuna relazione con Gerusalemme, menzionata prima nel testo. In un periodo successivo, la stessa regione sarebbe sotto il controllo di Assiria, dopo la deportazione del Regno di Israele, e quindi non avrebbe senso inviare un generale a conquistare un territorio già conquistato. Doveva dirigersi a Gerusalemme, opure a Lakish, come del resto ha fatto Sennacherib prima d’assediare Gerusalemme.

6:10-11 (6:14-15) Gli Israeliti scesero dalla loro città, si avvicinarono a lui, lo slegarono, lo condussero in Betulia e lo presentarono ai capi della città, che in quel tempo erano Ozia figlio di Mica della tribù di Simeone, Cabri figlio di Gotonièl e Carmi figlio di Melchièl.

Inoltre, non c’era un re, ma un certo Uzzia della tribù di Shimon (tribù che non ha mai avuto una posizione dominante in Israele, né il suo territorio si trovava nella zona di Sichem, dove in base ai dati geografici riportati nella storia dovrebbe trovarsi Betulia), che sarebbe un capo, ed altri due personaggi i cui nomi sono simili a Jannè e Iambrè.

6:21 Ozia da parte sua lo accolse dopo l’adunanza nella sua casa e offrì un banchetto a tutti gli anziani; per tutta quella notte invocarono l’aiuto del Dio d’Israele.

L’“adunanza” è la sinagoga, che non esisteva nei tempi in cui c’erano dei re a Ninive. Il periodo storico in cui questo racconto potrebbe essere posizionato è durante il dominio greco, non assiro.

8:6 Da quando era vedova digiunava tutti i giorni, eccetto le vigilie dei sabati e i sabati, le vigilie dei noviluni e i noviluni, le feste e i giorni di gioia per la Casa di Israele.

Qui c’è un’altra confusione, poiché la Casa di Israele non osserva le solennità da quando si è separata dalla Casa di Yehuda. L’autore, nell’atemporalità del racconto mescola periodi e identità diverse, scambiando di continuo gli uni con gli altri.In tutto il libro parla della Casa d’Israele, e la relaziona a Gerusalemme ed il Tempio, che appartenevano alla Casa di Yehuda. Entrambe le case furono un unico regno solo durante i regni di Shaul, Davide e Salomone, mai più.

Se l’autore avesse sostituito Nabucodonosor con Antioco, Ninive con Seleucia, Oloferne con Nicanor, la sua storia sarebbe stata più credibile. Dovrebbe anche aver omesso l’affiliazione tribale, che per il tempo non era molto rilevante, e la genealogia di una donna, ovviamente di fantasia, tra gli altri dettagli.

Il romanzo è stato ispirato da diversi eventi storici precedenti, ripetendo quasi alla lettera le scene. L’eroina principale è la rappresentazione unificata di Deborah e Yael: come Deborah fu l’unica che ha osato affrontare un avversario di gran lunga superiore, il nemico fu sconfitto “per mano di una donna” –Giuditta 9:10 (9:15); 13:15 (13:19); 16:5 (16:7); cfr. Giudici 4:9– e cantò un cantico dopo la vittoria –Giuditta 16, cfr. Giudici 5–, e come Yael diede da bere al suo nemico e lo uccise mentr’egli dormiva. La scena successiva della fuga degli Assiri lasciando tutti i loro averi in Giuditta 15 è una replica della fuga degli Aramei in 2Re 7. In termini di struttura, l’autore ha preso come modello il Libro di Esther, forse cercando di creare una versione alternativa dell’eroina ebrea. Questo sarà trattato nel prossimo capitolo.
Anche se i critici hanno elogiato lo stile dell’autore, in realtà come romanziere manca di fantasia, perché il suo racconto è semplicemente una miscela leggermente modificata di diverse sequenze di eventi che precedono, i personaggi creati dallo scrittore non sono veramente originali, ma piuttosto un elenco teatrale di nomi storici ai quali sono attribuiti situazioni fittizie. Giuditta è un’antitesi di Esther.


Perché Esther, e non Giuditta?

La domanda si riferisce ovviamente al inclusione nel TaNaKh, vale a dire, il canone delle Scritture Ebraiche. Come Giuditta, il Libro di Esther non è tra i Rotoli di Qumran, essendo l’unico del TaNaKh che non è presente in questa preziosa raccolta di manoscritti. È anche l’unico libro accettato nel canone del TaNaKh di cui si afferma che non è stato scritto da un profeta, e che “Nessuno dei libri –Nevi'im e Ketuvim, cioè, Profeti e Scritti– aggiunge o toglie nulla alla Torah tranne la lettura del rotolo di Esther” (Baraita Meghillàh 14a) – probabilmente riferendosi alla festa di Purim, che non è ordinata nella Torah.
Nonostante la natura palesemente secolare e non osservante della Torah che dimostra Esther, nella tradizione giudaica è considerata come una delle "sette profetesse", adducendo ragioni infondate per tale titolo ministeriale. (Vedi: Esther)
Dal punto di vista storico non c’è dubbio su quale di questi due libri sarebbe accettabile, dal momento che se Esther fosse solo un romanzo, è splendidamente ambientato nello spazio e nel tempo, senza errori storici, i nomi di tutti i personaggi sono coerenti con il contesto –Ahashverosh, Vashti, i sette prìncipi, gli eunuchi, Haman, i figli di quest’ultimo, tutti hanno nomi rigorosamente persiani–, la città di Susa era una delle capitali dell’Impero Persiano, e le descrizioni della corte e situazioni sono coerenti con la realtà. In Giuditta invece, abbiamo visto che non c’è compatibilità alcuna con la storia.
Tuttavia, dal punto di vista puramente religioso, Giuditta sarebbe favorita piuttosto che Esther come esempio di osservanza. Vediamo le somiglianze e differenze in questi due racconti.

· In Esther il protagonista principale è ripetutamente chiamato “Giudeo” –haYehudi–, sottolineando questa caratteristica. Nessun altro personaggio del TaNaKh è chiamato in questo modo. In Giuditta il nome della protagonista principale –Yehudit– letteralmente significa “Giudea” e si sottolinea la sua qualità di “Ebrea”.
· In entrambi i libri la figura centrale è una donna, Esther un’orfana, Giuditta una vedova; entrambi i casi rappresentavano una condizione di inferiorità nella società del tempo.
· Le due donne usano la bellezza e la seduzione come armi contro il nemico al quale intendono distruggere, e preparano adeguatamente il loro aspetto fisico prima dell’incontro decisivo.
· Entrambe invitano il nemico ad un banchetto che sarà fatale per loro. In entrambi banchetti il vino è determinante.
· Le due donne sono molto abili nell’uso della parola per convincere l’interlocutore. L’ironia è un condimento opportuno nella narrazione d’entrambi scritti.
· In entrambi i casi il principale avversario viene ucciso in modo umiliante, e di seguito i Giudei esercitano la vendetta sui loro nemici per iniziativa delle donne, seguita da festeggiamenti.

Evidentemente, l’autore di Giuditta prese come base strutturale per il suo racconto la storia di Esther.
Vediamo ora quali sono le differenze tra i due scritti.

· In Esther, Elohim non è menzionato in tutto il libro – anche se il Nome YHVH è nascosto nel codice, ma non è oggetto di questo studio. In Giuditta l’Elohim di Israele è fondamentale in tutta la narrazione.
· In Esther, il Tempio di Gerusalemme non è menzionato, né la Terra d’Israele. Solo i Giudei come popolo tra gli abitanti dell’Impero. In Giuditta la difesa del Tempio di Gerusalemme è il motivo per cui è assolutamente necessario difendere la città.
· Né Esther né Mordechai mostrano alcuna qualità che li identifichi come osservanti della Torah. In realtà, il loro comportamento è piuttosto contrario (matrimonio con un gentile, non vi sono obiezioni a partecipare a banchetti con i gentili, né si menzionano preghiere a Elohim). Giuditta è estremamente attenta nell’osservare tutti i precetti della Torah, mangia solo cibo kosher, non si contamina sessualmente con gentili, prega con devozione a Elohim – anche se per pregarlo di aiutarla a mentire con astuzia, ma lo fa, e invoca Elohim costantemente.
· Esther nasconde la sua identità ebraica al proprio marito e a tutta la corte. Solo quando ella lo dichiara nel momento cruciale la sua origine è conosciuta – il che rafforza quanto detto, che non portava uno stile di vita che la distinguesse dai gentili. Giuditta s’identifica come giudea in presenza del suo nemico.
· Esther agisce solo sotto la direzione di Mordechai, che la incoraggia ad esporsi per salvare il popolo. Giuditta rischia per propria iniziativa.

Sembra che l’autore di Giuditta ha voluto creare un personaggio che correggesse le carenze di Esther, una donna che oltre a salvare il suo popolo abbia zelo per la Torah, che fosse decisa come Deborah e Yael, audace ma fervente nella preghiera ed osservante di tutte le leggi di Israele, che fosse un modello della donne ebrea. Ma è andato troppo oltre: ha proposto una donna indipendente dall’uomo. Alcuni critici vedono in questo particolare il motivo principale per cui il libro non è stato ritenuto ammissibile per integrare la Scrittura. Anche se questo potrebbe essere un motivo valido per l’esclusione, ci sono molti altri, tra cui la sua totale mancanza di storicità.
Neanche ci sono molte ragioni perché Esther fosse inclusa, ma in quel momento è possibile che la sua storicità fosse verificabile, dal momento che sarebbero eventi accaduti in giorni in cui c’erano i registri e memoria degli stessi, e poi una festa che si celebra senza essere stata ordinata nella Torah può difficilmente essere sorta da un romanzo, ma da un evento realmente accaduto.


Susanna

A modo di trilogia, consideriamo un terzo scritto che ha come protagonista una donna, anche se in circostanze del tutto diverse da quelle precedenti: Susanna, la cui storia –ovviamente non reale– è ambientata in Babilonia e la sua innocenza è dimostrata da un giovane di nome Daniel, che presuntamente sarebbe da identificare con il Profeta.
Lasceremo da parte la trama e l’esegesi di questo breve racconto, che consiste in un unico capitolo, per focalizzare l’attenzione su un passaggio che molti tralasciano:

1:57 Così facevate con le donne d’Israele ed esse per paura si univano a voi. Ma una figlia di Giuda non ha potuto sopportare la vostra iniquità.

L’autore fa una distinzione tra “le figlie di Israele” e “le figlie di Yehuda”, il che implica che in esilio possono esserci stati alcuni contatti tra gli Israeliti dalle tribù che da più di un secolo erano state deportate dagli Assiri, e gli appena arrivati dal Regno di Yehuda. Sebbene tale approccio è altamente improbabile, soprattutto in Babilonia, è da notare che lo scrittore riconosce la differenza tra i due gruppi. Un altro indizio ci è dato in 1:56, dove chiama uno dei giudici “progenie di Canaan e non di Giuda”, il che potrebbe riferirsi all’aspetto morale e non alla stirpe del giudice, ma può anche suggerire che apparteneva alla Casa di Israele, quindi era abituato a comportarsi in quel modo con le donne del suo popolo, ma non ci riuscirebbe con quelle di Yehuda. È anche improbabile che gli esuli di Yehuda abbiano stabilito come giudici ad anziani delle altre tribù, la cui presenza in Babilonia è anche storicamente discutibile.


Ben Sirà

Uno dei pochi scritti del periodo del Secondo Tempio menzionati nei testi rabbinici è il Sefer ben Sirā (Libro di Ben Sirā), chiamato anche Mishlè ben Sirā (Proverbi di Ben Sirā), o Chochmat ben Sirā (Sapienza di Ben Sirā), opera di uno scriba chiamato Shimon ben Yeshua ben Eliezer ben Sirā. È anche l’unico libro apocrifo incluso nella versione dei Settanta (e quindi classificato come “deuterocanonico” dalle chiese greca e romana), di cui l’autore è conosciuto. Di carattere sapienziale, ha avuto una certa diffusione prima che fosse ritirato dalla circolazione dal giudaismo rabbinico. Di fatto il libro è citato più di una volta (Baba Metzia 112a; Baba Qamma 92b; Hagigah 13a; Bereshyt Rabbah 91:3; Avot 4:4) ed altre volte si sconsiglia la sua lettura o studio (Toseftà Yadayim 2:13; Sanhedrin 100b; Qohélet Rabbah 12:12). Come risultato di non essere stato accettato nel canone, il testo ebraico si è perso, ma è stato in gran parte recuperato attraverso frammenti trovati nella Genizah del Cairo e nei Rotoli di Qumran. La traduzione greca contiene un’introduzione in cui sono menzionati “i Profeti e gli Scritti” (Nevi’im e Ketuvim) facendo capire che queste due sezioni che complementano la Torah formando il TaNaKh erano già considerate come appartenenti alle Scritture ispirate.
Il contenuto del libro è istruttivo, nello stile del Libro dei Proverbi ed in parte a quello dell’Ecclesiaste, dei quali è in un certo modo una parafrasi. Non aggiunge concetti nuovi alle Scritture, per cui potrebbe essere considerato un Midrash. Il tema principale del libro è la sapienza che Elohim ha messo a disposizione di tutta l’umanità sin dalla Creazione, ma in seguito ha rivelato la sua profondità e completezza nella Torah data a Israele, che rimane alla portata di tutti i gentili che la cerchino. Ben Sirà considera il Patto del Sinai come eterno ed universale, estendendo la speranza di partecipazione a tutti i popoli, come fu anche annunciato dal Profeta Isaia. In genere considera i gentili come “non eletti”, adottando una posizione di neutralità o addirittura favorevole, ad eccezione di alcuni gruppi a cui manifesta ostilità per considerarli nemici dell’integrità spirituale di Israele: Edomiti, Ellenisti e Samaritani.
Nella sua parte conclusiva l’autore loda dei protagonisti della storia biblica da Henoch a Neemia –aggiungendo il Kohen Gadol Shimon–, ma fra altri ommette Ezra, probabilmente per il suo atteggiamento estremamente ostile verso le donne straniere. Infatti, nella sua critica di Salomone gli rimprovera l’essersi lasciato ingannare dalle sue mogli, ma non dice che esse erano straniere, il che indica la buona volontà dello scrittore verso i gentili che desiderano avvicinarsi alla saggezza data ad Israele.


Sapienza

L’altro apocrifo del genere sapienziale incluso nella versione dei Settanta è quello impropriamente chiamato “Sapienza di Salomone”, poiché è un’opera composta in greco da uno o più autori –perché composto da tre parti ben definite che possono provenire da diversi scrittori– che sarebbero Giudei di Alessandria, nel primo secolo AEC, e non ha nulla a che fare con Salomone.
Ovviamente sconosciuto o ignorato dal giudaismo rabbinico, tuttavia il libro è menzionato da Nachmanide (Ramban) nella prefazione al suo commento alla Torah.
Dello stesso periodo sono i cosiddetti “Salmi di Salomone”, scritti da uno o più autori, probabilmente esseni o farisei, sono 18 salmi inclusi nella versione dei Settanta, il cui contenuto riflette la situazione emotiva dei Giudei dopo l’invasione romana e la dissacrazione perpetrata da Pompeo, la cui morte viene celebrata (2:30-31). La speranza in un Messia liberatore è manifesta. Solo si conosce il testo greco, che lascia tracce di un originale ebraico o aramaico sulla base di parole tradotte male che provengono da espressioni semitiche.
Nessuna relazione con questi scritti hanno le impropriamente denominate “Odi di Salomone”, che appartengono alla letteratura cristiana gnostica –oppure manipolate con evidenti interpolazioni in questo senso– e contengono allusioni blasfeme.


Libro dei Giubilei

Uno degli scritti particolarmente apprezzato negli ambienti mistici è il Libro dei Giubilei -Sefer Hayovlot- che racconta la storia del genere umano partendo dalla Creazione secondo un sistema di conteggio basato su periodi fissi di 49 anni –giubilei– i quali a loro volta, sulla base di un calendario solare in cui ogni anno è composto da 364 giorni. Oltre a questa caratteristica, si evidenzia il ruolo degli angeli, i nomi inventati delle mogli dei personaggi biblici ed interpretazioni bizzarre di diversi brani delle Scritture. Anche se il libro è stato rifiutato dal giudaismo rabbinico, in molti modi riflette le stesse opinioni su questioni banali tipiche dei dibattiti rabbinici, tra le quali ne citeremo alcune:
· Il serpente parlò alla donna (Genesi 3:1) – Giubilei 3:28 dice che il giorno in cui Adamo e sua moglie furono espulsi dal Giardino dell’Eden, “E in quel giorno la bocca di tutte le fiere, degli animali e degli uccelli, di quelli che camminano e di quelli che si muovono, smise di parlare poiché tutti, (in precedenza) avevano parlato l’uno con l’altro, un sol labbro e una sola lingua” – lingua che, naturalmente, era l’ebraico. Quest’affermazione che quanto meno suscita ilarità, è stata anche trattata negli ambienti rabbinici raccogliendo diversità di opinioni. Per esempio, mentre Saadiah Gaon e David Kimchi ritengono che non fu il serpente stesso, ma uno spirito che parlò attraverso di esso –come nel caso dell’asina di Bal’am– e che il serpente come tale mancava d’intelletto, Avraham ibn Ezra propone delle opzioni, che la donna come essere intelligente comprendeva il linguaggio dei serpenti, o che il serpente era Satana in persona. Nel Midrash Lekah Tov dice che il serpente parlava in ebraico. In Avot de-Rabbi Nathan 42, che la capacità di parlare fu tòlta al serpente come parte della sua punizione. Anche se non ci sono documenti rabbinici che accennino che tutti gli animali parlavano, a parte il serpente e in quella particolare occasione, ci sono altre fonti che indicano che questa era una credenza comune durante il periodo del Secondo Tempio.
· L’Eterno disse ad Adamo: «nel giorno che tu mangerai dell’albero, certamente morirai» (Genesi 2:17) – in questo caso Giubilei 4:30 spiega che Adamo, avendo vissuto 930 anni gliene mancavano ancora 70 per completare un giorno perché “nella testimonianza dei cieli, mille anni equivalgono a un solo giorno” e quindi, egli morì lo stesso giorno in cui ebbe mangiato. La stessa idea si trova in Bereshyit Rabbah 19:8.
· Caino prese in moglie una sorella sua. Ovviamente, non aveva altra scelta, ma Giubilei dà anche il nome, Awan, così come Seth prese Azura sua sorella, suo figlio Enos prese Noam sua sorella, e Kenan prese sua sorella Mual’leth. Nella tradizione rabbinica il matrimonio con le proprie sorelle è limitato alla prima generazione e non si prolunga fino alla terza come in Giubilei. Tuttavia, in questo caso la fantasia rabbinica supera quella dei Giubilei: in Yevamot 62a, Sanhedrin 58b, dice che Caino e Abele avevano le loro rispettive sorelle gemelle e le presero per mogli, ciascuno quella sua, mentre Bereshyit Rabbah 22:3,7 racconta che Caino aveva una sorella gemella, ma Abel ne aveva due e con lui erano triplette, e dopo aver preso ognuno una propria gemella, la lotta tra i due fu a causa della terza (una delle gemelle di Abel) che volevano avere entrambi.
· Henoch in Giubilei è considerato il primo a scrivere una rivelazione ed il creatore del calendario, conoscitore di tutti i segreti e del giorno del giudizio, esercitò il sacerdozio, rimproverò gli angeli che avevano peccato con le figlie degli uomini, salì al cielo in vita ed annunciò il Diluvio. Henoch è un personaggio che ha suscitato controversie nel giudaismo rabbinico dopo essere stato uno dei più popolari ed ammirati nel giudaismo del Secondo Tempio, perché l’idea che una persona possa diventare un angelo è difficilmente ammissibile nella tradizione rabbinica, oltre alle sue caratteristiche come un prototipo del Messia in un periodo di conflitto con il cristianesimo emergente. Mentre in tutta la letteratura di quel periodo -Qumran, scritti pseudoepigrafici, Giuseppe Flavio, Filone, ecc.- la sua trasposizione in cielo senza vedere la morte e le sue funzioni come scriba celeste non sono assolutamente messe in dubbio, l’opinione rabbinica fu divisa dal momento in cui si è cercato di sopprimere ogni idea riguardo a questo argomento, si fece sparire il Libro di Henoch e Genesi 5:24 venne reinterpretato in chiave negativa. Tuttavia, nonostante gli sforzi rabbinici, l’idea originale riuscì a trascendere anche all’interno dell’ambiente ostile che si era creato nel giudaismo e Henoch diventa Metatron in alcuni Midrashim ed altri scritti come Sefer Hekalot.
· I “figli di Elohim” di Genesi 6:1-4, in Giubilei sono presentati come in tutti gli altri scritti del periodo del Secondo Tempio, cioè angeli che scesero e presero mogli. Questa era l’unica interpretazione esistente all’epoca – come confermato anche da Giuseppe Flavio e Filone. Questa idea fu combattuta da Shimon bar-Yochai, che proibì anche la lettura del Libro di Henoch, pronunciando un anatema. Ciononostante, l’opinione rabbinica rimase divisa e nel Talmud, sono citati anche i nomi degli angeli ribelli. Pure Rashi sostenne l’interpretazione originale.
Nel complesso il Libro dei Giubilei è simile a un Midrash, le cui affermazioni sono state in parte accolte e in parte respinte dal giudaismo rabbinico, ma è utile per conoscere le idee che circolavano nell’ambiente ebraico durante il periodo di cui stiamo parlando in questo capitolo.


Libri dei Maccabei

Degli otto libri chiamati “Maccabei” –a parte dei tre Meqabyan etiopici–, solo il primo ha una qualche importanza dal punto di vista storico, essendo scontato che nessuno di questi libri si può qualificare come ispirato. In 1Maccabei abbiamo un racconto generalmente corretto, anche se con alcuni errori storici che non incidono sulla credibilità della narrazione nel suo complesso. Contiene diversi documenti epistolari ufficiali su cui c’è qualche perplessità sulla loro autenticità. In ogni caso, il libro è importante per conoscere le vicende storiche del periodo seleucide e gli eventi che hanno portato alla celebrazione di Hanukkah, che commemora la riconsacrazione del Tempio dopo che era stato profanato da Antioco IV. L’autore è chiaramente del partito dei sadducei, e in linea con questa affiliazione non troviamo nel libro nessun accenno alla speranza messianica, o alla risurrezione o all’immortalità dell’anima. I fatti sono narrati poco dopo essere accaduti, dal momento che l’autore considera i Romani come alleati e amici, cioè, prima che abbiano invaso la Giudea.
Gli altri libri dei Maccabei appartengono al genere del romanzo storico, tranne il quarto, che è soprattutto un trattato filosofico.


Tobit

Di tutti gli apocrifi inclusi nella versione dei Settanta, di certo Tobia è il libro di più scarso valore, dal momento che oltre agli errori storici è un racconto pieno di superstizioni che sarebbe più addatto tra le Mille e Una Notte che tra gli scritti pseudo-biblici. Si tratta di un romanzo storico e nello stesso modo di Giuditta, sostituisce i Greci con gli Assiri. La storia presuntamente ambientata in Assiria, viene smentita da anacronismi e incongruenze culturali che sono chiaramente caratteristiche del periodo seleucide, come vedremo.
Tra gli anacronismi ed errori storici menziona Sennacherib come figlio e successore di Shalmaneser (1:15), ignorando Sargon che regnò tra questi due. Il protagonista sostiene di essere dalla tribù di Neftali e presumibilmente celebrava Shavuot (2:1), quando la Casa d’Israele aveva smesso di commemorare le solennità ordinate nella Torah. Nel capitolo 13 parla di Gerusalemme –che non aveva alcun rapporto con il Regno di Israele– riferendo che è stata distrutta così come il Tempio, cose che non sono accadute fino a due decenni dopo la distruzione di Ninive, di cui nel libro parla alla fine. Il personaggio principale di questo romanzo si occupa di seppellire i morti che sono abbandonati alle intemperie, sacrilegio che era commesso dai Greci ma mai dagli Assiri.
Oltre a queste cose, questo romanzo fa apologia della menzogna e promuove la ciarlataneria. Un presunto “angelo Raffaele” si presenta dicendo: «Sono uno dei tuoi fratelli Israeliti, venuto a cercare lavoro» (5:5, in alcune versioni questa dichiarazione è stata omessa). Tobia gli disse: «Conosci la strada per andare nella Media?»; Rispose l’angelo: «Certo, parecchie volte sono stato là e conosco bene tutte le strade. Spesso mi recai nella Media e alloggiai presso Gabael, un nostro fratello che abita a Rage di Media» (5:6, proprio nella casa dove Tobia doveva andare). E quando Tobit chiese a questo presunto angelo a quale famiglia apparteneva, questo rispose: «Sono Azaria, figlio di Anania il grande, uno dei tuoi fratelli» (5:12,13). E infine, quando questo angelo (caduto?) rivela chi è davvero, dice: «Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore… A voi sembrava di vedermi mangiare, ma io non mangiavo nulla: ciò che vedevate era solo apparenza» (12:15,19). Oltreché bugiardo, questo angelo consiglia d’eseguire rituali di stregoneria con uno strano pesce (6:4,8; 11:4) e la cosa più divertente è che il pesce era così puzzolente che fece scappare di corsa un demone che era un amante incallito che quindi vola fino in Egitto (8:3). Per aggiungere più colore alla storia, c’è anche il cane che accompagna Tobia (5:16; 6:1; 11:4), un dettaglio che probabilmente è stato aggiunto in seguito e proviene dall’Odissea. Questo breve commento è più che sufficiente per questo libro.


Vedi: La Letteratura Giudaica del Periodo del Secondo Tempio ed il Nuovo Testamento.




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