ISRAELE
IL POPOLO ELETTO


Il Libro di Esther


Il libro di Esther è una magnifica opera letteraria che narra in dettaglio una successione di eventi apparentemente storici. Lo stile di scrittura della pergamena –o Meghillàh, come viene chiamata in ebraico– è quello di un cronista di corte, che racconta con accuratezza gli eventi così come essi sono accaduti senza spiegarne le ragioni. Tuttavia, la sua collocazione nella storia è difficile da stabilire tenendo conto dei documenti e delle evidenze –o della loro assenza– di cui si dispone fino ad oggi. La precisione con cui viene descritta la corte achemenide indicherebbe che l’autore era un testimone oculare, o una persona molto ben informata, con un’eccellente documentazione sul Regno di Persia all’epoca di Dario Istaspe. Ciononostante, ci sono altri elementi che suggeriscono una composizione successiva, nel periodo ellenico, per cui si deduce che la seconda possibilità sia la più plausibile: uno scrittore con una conoscenza ottimale del luogo e del momento in cui si svolsero i fatti che espone, ancora molto tempo dopo il loro svolgimento. Benché si tratti di un romanzo storico –ovvero, un racconto di fantasia ambientato in un contesto storico reale–, possiamo identificare tre dei suoi principali protagonisti con persone che sono realmente esistite.
In questo studio distingueremo i seguenti aspetti: letterario, storico, allegorico e profetico.

Stile letterario


La Meghillat Esther appartiene ad un genere letterario unico nella Bibbia: è un romanzo pieno di intrighi e ricco di colpi di scena. L’autore, che dovrebbe essere giudeo, si esprime come uno scriba ufficiale del Regno di Persia – ed è possibile che abbia adattato un documento autentico, in quanto le sue descrizioni della vita nel palazzo e dintorni corrispondono a quelle che avrebbe raccontato un osservatore diretto. Lo scrittore non si identifica con nessuno dei personaggi, né con il suo popolo, ma si mostra in modo assolutamente neutrale, limitandosi ad esporre gli eventi: non ci viene detto perché Assuero abbia preparato i due banchetti, qual è stato il motivo per cui Vashti rifiutò di apparire, né quale fu la sua punizione (oltre a non poter mai più comparire davanti al re), ciò che motivò la cospirazione di Bigthan e Teresh, o perché Mordechai ordinò ad Esther di non rivelare la sua origine. È un’opera drammatica in cui si svolge una successione di incidenti e contrasti che portano l’azione al culmine.
L’uso di terminologia legale con eccesso di pleonasmi (1:22; 3:12,13) indica che l’autore è o finge d’essere un cronista ufficiale, nonché la nomenclatura protocollare dei funzionari e la premura di menzionare sempre la dignità del monarca, chiamandolo “ha-melech Achashverosh (il re Assuero), ed anche “Vashti ha-malkah” (la regina Vashti) prima che fosse deposta – solo in seguito viene chiamata solo per nome.
È significativo che il giorno in cui fu emanato il decreto di sterminio era la vigilia di Pesach (“il tredicesimo giorno del primo mese” -3:12-, essendo Nisan il primo mese -3:7-) eppure non si fa allusione alla più importante solennità degli Ebrei, né si fa menzione del Tempio di Gerusalemme, la cui costruzione sarebbe stata completata nel tempo trascorso tra 1:22 e 2:1 – tutti questi elementi indicano l’intenzionalità dell’autore di presentarsi come uno scriba del regno, estraneo al popolo ebraico.

Il contenuto della storia e la caratterizzazione dei personaggi è chiaramente d’origine persiana e potrebbe trattarsi di un racconto di Hazār Afsāna, una raccolta in lingua farsi più conosciuta nella sua versione araba, Le Mille e Una Notte, in cui sono ricorrenti descrizioni simili a quelle di Meghillat Esther: sontuosi palazzi e pomposi banchetti, re estrosi e caratteriali, influenzati dai loro visir e disincantati dalle loro donne, proclami in tutto il regno per selezionare fanciulle vergini per il monarca ed un’esagerata preparazione con cosmetici raffinati prima di presentarsi davanti al suo cospetto, poi una di esse si distinguerà sopra tutte le altre per la sua bellezza e saggezza e conquisterà il cuore del re, così come emergerà un uomo malvagio che cercherà di causare sfortuna ai protagonisti e finirà assassinato… tutti questi elementi sono caratteristici della letteratura persiana e sono presenti nell’Avesta e nello Shâhnâmeh, il Libro dei Re di Persia. Entrambe queste opere hanno a che fare con la leggendaria dinastia dei Kayanidi, di dubbia storicità, la quale sarebbe piuttosto una versione romantica degli Achemenidi –ai quali presumibilmente erano preceduti–. È possibile che l’introduzione di Hazār AfsānaLe Mille e Una Notte– sia stata ispirata da Meghillat Esther: la tradizione persiana ritiene che questa raccolta di storie è stata scritta per Homāy, figlia e moglie di Bahman, successore di Vištāspā (Istaspe). Secondo lo Shâhnâmeh, Homāy era anche chiamata Šīrāzād/Shahrāzād, e l’eminente storico persiano Abu Ja’far at-Tabari afferma che sua nonna paterna si chiamava Estār –che sarebbe stata la stessa moglie del re Vištāspā, il cui nome era Hutaosā–, e allo stesso modo, il geografo e storico arabo al-Masʿūdī collega la nonna paterna di Homāy con i figli di Israele. Nell’Avesta, Humāiyā è la figlia di Vištāspā e Hutaosā. Mentre gli autori persiani at-Tabari ed al-Bīrūnī concordano sul fatto che era Homāy colei che era chiamata Shahrāzād, gli scrittori arabi al-Masʿūdī ed Ahmad al-Ya’qubi attribuiscono questo nome alla madre di lei, Hutaosā. D’altronde, Ḥamza Eṣfahāni le assegna il soprannome Šemirān, il quale è in qualche modo legato ad Esther.
Il re Achashverosh di Meghillat Esther è paragonabile in Hazār Afsāna al personaggio di Šahrīyār, il cui nome in persiano ha un significato molto simile a quello di Xšayaṛša, che viene traslitterato in ebraico come Achashverosh. Il racconto inizia anche con la rimozione (e l’esecuzione) della regina e la successiva ricerca di vergini per passare la notte con il re, seppur ognuna di esse viene poi uccisa, fino a quando la bella e saggia Šahrāzād riesce a cambiare il destino di tutte le fanciulle del regno conquistando il re. Le storie di intrighi di corte, tradimenti, banchetti e stragi si ripetono in diversi episodi delle mille e una notte durante le quali si prolunga la narrazione ed è possibile trovare diversi personaggi somiglianti ad Esther, Vashti, Assuero, Mordechai o Haman, in situazioni simili. Naturalmente, Hazār AfsānaLe Mille e Una Notte– non ha la pretesa d’essere un’opera di carattere storico ma una raccolta di fiabe, anche se alcuni dei suoi protagonisti sono identificabili con persone reali. Tuttavia, è possibile intuire che tra queste storie ed il Libro di Esther c’è un’origine comune nell’antica letteratura persiana.


Storicità


Nell’antica storia della Persia il mito e la realtà si intrecciano, e in molti casi è difficile distinguere gli eventi realmente accaduti dalle leggende che, in una certa misura, sono plausibili. Le cronache della dinastia dei Kayanidi mostrano molte similitidini con quelle degli Achemenidi, lignaggio discendente da Haxāmaniš, il quale sembra essere pure un personaggio leggendario che i re di Persia presentano come il fondatore della loro stirpe. Entrambe le dinastie hanno molte coincidenze, come se avessero condotto vite parallele, una nella realtà e l’altra nella leggenda, alternandosi a loro volta in queste situazioni. Nella storia dei Kayanidi appare un personaggio la cui esistenza è indubbia perché ha dato origine ad una religione: Zaraθuštra, o Zoroastro – se quello era il suo nome, o quale fosse la sua identità, e se gli eventi a lui attribuiti sono realmente accaduti o meno, rimane un mistero, ma certamente rappresenta un profeta che diffuse quella dottrina e riuscì a portarla alla corte di Persia, perché era la religione che professavano gli Achemenidi. Per identificare gli attori dei successi a cui si fa riferimento in Meghillat Esther è necessario considerare entrambe le linee narrative. È anche utile tenere presente che le relazioni di parentela tra gli Achemenidi sono in molti casi ipotetiche o dubbie –sebbene l’incesto sembrasse essere accettabile tra i Persiani di quel tempo, o almeno nei casati reali– poiché i dati forniti dagli stessi documenti persiani sono scarsi e oscuri, e gli autori greci non contribuiscono molto al chiarimento, ma piuttosto accentuano la confusione.


Assuero

Sebbene la storia è di carattere romanzesco, analizzeremo comunque le possibilità di trovargli un posto nel regno di qualche monarca persiano, tenendo conto dei dati che lo stesso libro ci fornisce, vale a dire:
· Il nome del re di Persia era Achashverosh (1:1)
· Il suo regno si estese dall’India alla Nubia (Etiopia), e comprendeva 127 province (1:1)
· La capitale dell’impero era Susa (1:2)
· Impose tributo “sulle isole del mare” – riferimento alla Grecia e alle isole dell’Egeo (10:1)
· Regnò almeno tredici anni – all’inizio del dodicesimo anno del suo regno, nel primo mese fu sorteggiato “Pur” e la sua esecuzione fu stipulata per l’ultimo mese, alle porte del suo tredicesimo anno (3:7)
· La corte era composta da sette prìncipi di Persia e Media (1:14)
· Nel terzo anno del suo regno, Achashverosh depose la regina Vashti (1:3,21)
· Nel settimo anno del suo regno, il re sposò Esther (2:16)
· Il protagonista di nome Mordechai “il Giudeo”, della tribù di Beniamino, era uno dei deportati che il re Nabucodonosor aveva trasferito a Babilonia insieme a Yehoyakin/Yekoniah (2:5-6), ed era cugino di Hadassa, che è la stessa Esther (2:7)
È inoltre necessario stimare le omissioni importanti:
· Il Tempio non è menzionato in nessun momento, né Gerusalemme, né Israele.
· Non viene fatto alcun riferimento al ritorno di Babilonia decretato da Ciro, né menzionato Esdra o Neemia.
· Non vi è alcuna allusione alla Torah, né a Mosè, né ai Profeti.
· L’omissione più notevole: non si fa menzione di Elohim o del Suo Nome (sebbene sia nascosto).
In un altro capitolo abbiamo trattato sull’identità di Assuero, tuttavia, qui considereremo in modo specifico il re cui si fa riferimento nella pergamena di Esther.

Per stabilire un quadro storico plausibile, è necessario tenere conto del fatto che le informazioni in nostro possesso sull’Impero Persiano Achemenide sono estremamente scarse, poiché vi sono solo quattro documenti rinvenuti: il Cilindro di Ciro, le Iscrizioni di Bisotun, gli Archivi di Persepoli ed i Papiri di Yeb (Elefantina). Tuttavia, la cronologia “ufficiale” privilegia gli scrittori greci, principalmente Erodoto e la sua composizione “Historíai”, Xenofonte e la sua “Anabasis”, e gli inverosimili racconti di Ctesia di Cnido nella sua opera “Persika”, tutti questi uomini scrissero secondo le informazioni che sono riusciti a raccogliere da diverse fonti, mescolando eventi con leggende e spesso confondendo i nomi dei monarchi, a volte fittizi. D’altra parte, la Rocca di Bisotun è un’incisione ordinata dal re Dario Istaspe per la propria glorificazione, per cui è molto probabile che avesse plagiato o reinterpretato i fatti, cosa che facevano anche i faraoni. Pertanto, forse non tutti gli eventi attribuiti a Dario “il Grande” gli appartengono, ma potrebbero essere meriti di monarchi precedenti. Tuttavia, poiché non è possibile determinare quali prodezze gli siano attribuibili e quali no, dobbiamo prendere questo documento come riferimento, poiché è in ogni caso più affidabile delle cronache degli autori greci.

Il primo dei re che dobbiamo scartare come candidato ad essere identificato con Assuero è Serse. A parte la debole argomentazione a suo favore, che è esclusivamente linguistica, ovvero la trascrizione del nome –piuttosto titolo– persiano Hšayāŗšā/Kshayarsha, che in ebraico sarebbe Achashverosh, ci sarebbero alcune altre peculiarità che corrisponderebbero alla sua personalità secondo la versione del narratori greci, le quali sarebbero attribuibili anche ad altri re. In effetti, la caratterizzazione che Erodoto e gli autori classici presentano di Serse è puramente soggettiva e quindi priva di rigore storico. Serse iniziò il suo regno progettando vendetta contro i Greci per la sconfitta di suo padre Dario a Maratona (490 AEC, calendario convenzionale), e nel suo quinto anno iniziò la sua invasione della Grecia, essendo successivamente sconfitto a Salamina (480 AEC). Quella battaglia fu decisiva nel contesto delle Guerre Persiane e l’impero di Serse perse definitivamente il controllo della Grecia. Questo avvenimento è tutto il contrario all’imposizione di tasse sulle isole enunciata in Esther 10:1. In quello stesso periodo iniziale Serse dovette reprimere rivolte in Egitto e Babilonia, quindi non era il momento giusto per organizzare banchetti, quando non aveva nulla da festeggiare, ma doveva occuparsi di mantenere l’ordine nel suo impero e preparava la sua strategia militare per la conquista della Grecia. Inoltre, l’età che Mordechai ed Esther avrebbero avuto all’inizio del suo regno rende impossibile che possa trattarsi di questo re.

Infatti, l’età d’entrambi i protagonisti sarebbe più coerente con il regno di Cambise (Kambuyia), figlio di Ciro. È interessante notare che nel libro di Esdra questo re si chiama Assuero, e sarebbe lo stesso Artaserse menzionato immediatamente dopo, secondo la peculiarità linguistica dell’ebraico che consiste nel ripetere lo stesso concetto con parole diverse:
“Sotto il regno di Assuero, al principio del suo regno, scrissero un’accusa contro gli abitanti di Giuda e di Gerusalemme. Al tempo di Artaserse, Bislam, Mitredat, Tabeel e gli altri loro colleghi scrissero ad Artaserse, re di Persia. La lettera era scritta in caratteri aramaici e redatta in aramaico” – Esdra 4:6,7.
Nella versione greca del Libro di Esther il nome del re Assuero è Artaserse, e anche Giuseppe Flavio lo chiama nello stesso modo (Antichità 11:6), quindi entrambi sono equivalenti. Tuttavia, ci sono alcuni studiosi che interpretano che in Esdra 4:6,7 si fa riferimento a due re diversi, Cambise e Bardiyā –o l’impostore Gaumata–, il che non altererebbe l’identità d’Achashverosh come Cambise.
Cambise trasferì la capitale da Pāsārgād a Susa e durante il suo regno fu interrotta la costruzione del Tempio (Esdra 4:21-24). Secondo gli autori greci, era impulsivo, volubile e incline all’ubriachezza e ai festeggiamenti. Tuttavia, i cronisti egizi lo descrivono in un modo completamente diverso: benevolo verso il popolo, ridusse le tasse destinate al mantenimento dei templi e dei loro sacerdoti, provocando la loro avversione. Concentrò anche il potere sulla propria persona, sdegnando i nobili, mentre l’Assuero di Esther, per il contrario, teneva in grande considerazione i suoi prìncipi e li consultava per prendere decisioni. D’altronde, secondo la cronologia ufficiale, Cambise regnò solo sette anni e mezzo, anche se ci sarebbero dei registri in cui gli si contano diciotto anni di regno, forse includendo periodi di co-reggenza con suo padre. Non si sa neppure con certezza come sia morto, apparentemente sulla strada di ritorno dall’Egitto in Persia per riconquistare il trono, che sarebbe stato usurpato da suo fratello Bardiyā o da un mago di nome Gaumata –un nome che potrebbe anche essere trascritto come Hamedatha, il padre di Haman–, il quale avrebbe impersonato Bardiyā, ingannando persino le mogli di quest’ultimo. Sebbene questa sia la storia ufficiale, è la versione dello stesso Dario Istaspe allo scopo di legittimare la sua ascesa al trono e, per i particolari stravaganti di tutta l’azione, è poco credibile. Come è morto Cambise e chi è stato davvero detronizzato da Dario Istaspe rimane un mistero.
Cambise prese come mogli Hatossa/Hutaosā –sua sorella–, e Roxana/Raoxshna, chi sarebbe stata pure, al quanto pare, sorella sua, almeno per linea paterna.

Senza dubbio, il re che meglio soddisfa le caratteristiche dell’Assuero di Esther è Dario Istaspe:
· Il suo regno si estese dall’India alla Nubia / Etiopia (1:1)
· La capitale dell’impero era Susa (1:2)
· Impose tributo “sulle isole del mare” – riferimento alla Grecia e alle isole dell’Egeo (10:1)
· Regnò più di tredici anni (3:7); il suo governo durò trentasei anni.
· Istituì la corte composta da sette prìncipi di Persia e Media (1:14)
Inoltre, il nome della sua moglie preferita era Hutaosā, che in ebraico può correttamente essere traslitterato come Hadassa.
Dario “il Grande”, figlio di Istaspe –per cui è chiamato con entrambi i nomi, quello suo e quello di suo padre, Dārayavauš Vištāspā in lingua farsi–-, apparteneva ad una linea deglii Achemenidi parallela a quella di Ciro, che non aveva grado imperiale e avrebbe avuto diritto alla corona di Persia solo in assenza di una discendenza maschile di Ciro. Per questo motivo, la morte di Cambise e Bardiyā, i due figli maschi di Ciro, suscita alcune perplessità che compromettono la credibilità del resoconto autobiografico di Dario sulla sua ascesa al potere, da lui stesso incisa nelle Iscrizioni di Bisotun. A parte questi sospetti, sia la Bibbia che la storia lo presentano come un buon re.
Dario legittimò il suo diritto alla corona di Persia e Media garantendo che il lignaggio reale di Ciro sarebbe continuato attraverso di lui, prendendo in sposa Hutaosā, figlia di Ciro e sorella e vedova di Cambise, e Artastūnā, presumibilmente anche figlia di Ciro, prese anche Parmys/Uparmiyā, l’unica figlia di Bardiyā, e Phaidymē, che avrebbe scoperto la cospirazione di Gaumata e l’avrebbe riferita a suo padre Otanes/Utāna, uno dei sei compagni di Dario nel colpo di stato che lo portò al trono. Phaidymē, secondo alcune fonti, era la zia di Parmys e la moglie di Bardiyā, il che le avrebbe reso più facile identificare l’impostore. Dario ebbe almeno altre due mogli, figlie dei suoi generali. I suoi matrimoni con Hutaosā e Uparmiyā, rispettivamente la vedova di Cambise e la figlia di Bardiyā, dissipano i sospetti di cospirazione contro la casa reale di Ciro ed accreditano la sua versione dei fatti, essendo improbabile che le stesse donne fossero complici contro la propria famiglia.
Il carattere titubante di Assuero nel prendere decisioni, mostrandosi dipendente dal consiglio dei suoi prìncipi (Esther 1:13-15; 2:2; 6:6) è coerente con l’atteggiamento di Dario, che stabilì la presenza di sette nobili assistenti del re a corte, sei dei quali erano i suoi compagni che lo aiutarono a salire al potere, anche se i loro nomi non coincidono con i sette prìncipi citati in Esther. I sei generali di Dario si chiamavano Utāna, Aspačanā, Gauburuva, Vindafarnâ, Bagabuxša, Vidarna. Il principale tra loro sembra essere stato Otanes (Utāna), che potrebbe essere equiparato a Memucan (o Mavjan nella versione aramaica).
Dario Istaspe nel suo primo anno ebbe un’intensa attività bellica, reprimendo le rivolte e ristabilendo l’ordine in tutto il suo impero. Una volta consolidata la pace nel suo secondo anno di regno –in cui anche autorizzò la ripresa della costruzione del Tempio di Gerusalemme (Esdra 4:24)–, è lecito pensare che abbia dedicato il suo terzo anno a celebrare e dare dei banchetti, soprattutto considerando il suo carattere vanitoso.
Un altro aspetto della sua personalità che coincide con quello di Assuero è, secondo Erodoto, che Dario aveva la reputazione di “mercante”, in quanto cercava di ottenere profitti monetari da tutto quello che fosse possibile, e ciò si rispecchia anche nell’offerta di Haman di pagare diecimila talenti d’argento per convincere più facilmente il re (Esther 3:9).
Nel sesto anno del suo regno, fu completata la costruzione del Tempio di Gerusalemme (Esdra 6:15). Nello stesso anno, secondo la Meghillàh, sarebbero state convocate le ragazze tra le quali il re doveva scegliere la sua nuova moglie (Esther 2:12,16).
Nel libro di Esdra e Neemia, Dario è anche chiamato Artaserse (vedi: Identificando Artaserse), e nell’apocrifo Primo Libro di Esdra ripete quasi letteralmente il testo di Esther 1:1,3, sostituendo il nome di Assuero con Dario:

“E quando regnò Dario, fece un grande convito per tutti i suoi sudditi, per tutta la sua famiglia, e per tutti i prìncipi di Media e Persia, e per tutti i governatori, capitani e luogotenenti che erano sotto di lui, dall’India all’Etiopia, su centoventisette province”.
–1Esdra 3:1-2–

Pertanto, ci sono prove sufficienti per concludere che l’Assuero di Esther non è altro re che Dario Istaspe, Dārayavauš Vištāspā, chiamato anche Dario il Grande.


Vashti

Finora, non si conosce alcun documento che menzioni la rimozione di qualsiasi regina durante il mandato di Dario o di altro re Achemenide. La sua breve storia è riportata nel capitolo 1 del Libro di Esther:
· Era la regina di Persia e di bell’aspetto (1:11)
· Organizzò un banchetto per sole donne, nel palazzo reale (1:9)
· Nel settimo giorno delle celebrazioni, il re, ebbro di vino, le ordinò di comparire davanti a lui e ai suoi prìncipi (1:11)
· Vashti si rifiutò di farlo, disobbedendo al re (1:12)
· Fu condannata a non comparire mai più davanti al re, ed il suo titolo di regina le fu tolto (1:19)
Il decreto che presumibilmente successe a questo atto, ordinando che “ogni uomo fosse padrone in casa sua” è inverosimile e solo un re ubriaco avrebbe potuto approvarlo. Se Dario ha effettivamente emesso un simile editto, merita un posto nella lista dei re più ridicoli della storia.
Il personaggio di Vashti è trattato in modo diverso dai rabbini babilonesi, che la odiavano, e da quelli di Gerusalemme, che la ritraggono come una donna virtuosa. Sebbene le assurde speculazioni riportate nei Midrashim riguardo a lei non siano degne di una minima considerazione, in questi trattati viene congetturata la ragione per cui si è rifiutata di comparire davanti al re e ai suoi compagni: nella disposizione citata in 1:11 “che conducessero davanti a lui la regina Va
šti con la corona reale, per far vedere al popolo e ai nobili la sua bellezza; perché era bella d’aspetto”, sostengono che l’ordine indicava che avrebbe dovuto presentarsi “con la corona reale” come unico indumento, senza nessun altro vestito. Se tale fu il motivo per cui Vashti si rifiutò di comparire, la sua disobbedienza fu giustificata; lei era una donna onorevole e di gran rispetto, che non si sarebbe abbassata per soddisfare gli sguardi lascivi degli amici ubriachi del re, e questa è l’opinione dei rabbini di Gerusalemme. Quelli di Babilonia, accusandola d’ogni sorta di ignominie, sostenevano che in realtà non volle presentarsi perché improvvisamente le apparve una malattia alla pelle, oppure che le era cresciuta una “coda”, parola usata in maniera eufemistica. Tale avversione verso la sua persona rispose ad un’altra falsa attribuzione sulla sua discendenza: che fosse la figlia di Belshatsar, ultimo re di Babilonia, deposto da Ciro di Persia. Tale affermazione è infondata e contraria a tutte le evidenze, in particolare storiche e linguistiche. Secondo Erodoto, i re di Persia e Media, sebbene avessero diverse mogli e molte concubine, potevano sposare solo donne delle sei principali famiglie nobili dei persiani – e questo è valido sia per Vashti che per Esther. Era illegale, pena la morte, per chiunque tranne il re, parenti stretti ed eunuchi, vedere mogli e concubine reali, quindi il re stesso stava infrangendo la legge e Vashti era giustificata nel non volergli concedere la sua domanda. Quindi, è possibile che la natura dell’ordine del re coinvolgesse qualcosa di immorale, perché non avrebbe avuto senso rischiare di perdere la sua posizione di regina se solo le fosse stato chiesto di mostrare il suo viso.
Un’altra tradizione racconta che Assuero, una volta passati gli effetti della sua ebbrezza, sollecitò la presenza di sua moglie e gli dissero: «L’hai uccisa!»; quindi, egli chiese: «Perché?»; gli risposero: «Le ordinasti di venire a presentarsi davanti a te nuda e lei non è venuta». Allora egli ammise: «Non ho agito bene. E chi mi ha consigliato di ucciderla?»; e gli risposero: «I sette ministri di Persia e di Media». Immediatamente ordinò fossero giustiziati, e per questo motivo i sette prìncipi non sono più menzionati nel Libro di Esther (Midrash Abba Gurion, capitolo 2, cf. Esther Rabbah 5:2).
Secondo la legge di Persia, Vashti non sarebbe stata uccisa, ma solo privata del suo titolo di regina e relegata ad essere una concubina, e per via dello stesso decreto, il re non l’avrebbe mai più convocata e sarebbe rimasta segregata per il resto della sua vita nell’harem.
Per quanto riguarda l’aspetto linguistico, il nome Vaštī non ha assolutamente niente di babilonese o aramaico, ma è puramente persiano ed è collegato a Vahišta per etimologia e significato. Nell’Avesta, Vahišta ha il senso di “più eccellente” in misura superlativa, pertanto, Vaštī porta il concetto di “la migliore, la più eccellente”. Nello zoroastrismo, Aša Vahišta è uno dei sei Aməša Spənta, che insieme ad Ahura Mazdā, il Creatore, conformano i “Sette Spiriti Divini”, essendo Aša Vahišta chi era presente alla Creazione, equivalente alla Saggezza –Chokhmáh– in Proverbi 8, o alla Parola nell’Evangelo. Aša Vahišta, “la migliore giustizia”, era l’Entità che proteggeva il fuoco ed il garante dell’ordine morale e fisico del mondo, per cui il nome di Vaštī implica una grande virtù. Il festival di Nowrūz / Nō Rūz, il “Capodanno” zoroastriano, è dedicato ad Aša Vahišta, e la sua celebrazione è prossima a quella di Purim.
La prima menzione di Vashti (1:9) avviene in seguito ad un verso nel quale per unica volta nelle Scritture si usa in riferimento al bere il termine ebraico ‘V’hashtiya’ (1:8), facendo gioco di parole con il suo nome, il che potrebbe essere interpretato come un’indicazione che il destino della regina e la sua decisione sarebbero stati determinati dal liquore, che ognuno avrebbe bevuto “a propria discrezione, senza impegno”, e che ovviamente né il re né i suoi ospiti ebbero alcuna moderazione nel suo consumo.
Sebbene non sia rapportato che Dario abbia ripudiato nessuna delle sue donne, una di esse risponde a determinate caratteristiche di Vashti: Irtašduna o Artastūnā, figlia di Ciro (secondo Erodoto). Negli Archivi di Persepoli la si chiama duukšiiš “principessa”, un titolo dato alle mogli del re, e si dice che possedesse dei palazzi in diverse parti della Persia e che organizzasse banchetti, in alcuni occasioni insieme a suo figlio Aršāmā. Forse, se questa persona è la stessa Vashti, le è stato concesso di condurre una vita indipendente, con il solo requisito di non presentarsi più al cospetto di suo marito il re – benché Erodoto affermi che lei era la donna preferita di Dario, a cui egli aveva dedicato una statua d’oro.


Hadassa

Sebbene il nome Hadassah abbia un significato in ebraico, mirto, in realtà è l’ebraizzazione di un nome persiano, quello della più illustre delle regine di Persia, sia nella realtà che nella leggenda: Hatossa, o Hutaosā. In seguito, tratteremo sulle due regine che portavano quel nome, poiché entrambe condividono delle caratteristiche con Esther.

Hadassa Achemenide

Hutaosā era la figlia di Koresh –Ciro il Grande– e di sua moglie preferita Kassandanē, e sorella su entrambi i lati di Cambise, di Bardiyā e di un’altra figlia di Ciro e Kassandanē il cui nome è incerto. Dalla sua linea paterna, era sorella sua Raṷxšnā/Roxana, e forse anche Artastūnā, mogli di Cambise e di Bardiyā rispettivamente. Hatossa era consorte di suo fratello Cambise insieme a sua sorella Roxana, e alla morte del loro marito, lei sarebbe stata rinchiusa nell’harem dell’impostore Gaumata, per impedirle di scoprire facilmente che non si trattava di suo fratello Bardiyā. Successivamente, dopo il colpo di stato che lo portò al trono di Persia, Dario Istaspe la prese come moglie principale, legittimando così il suo diritto al regno, essendo lui di una linea d’Achemenidi diversa da quella di Ciro. A causa della sua discendenza e della sua intelligenza, Hatossa esercitò una grande influenza su suo marito e sulla corte, e come regina ricevette il grado di “Signora delle Signore”, un titolo che era stato assegnato solo ad Anāhitā, divinità “vergine” della fertilità, identica alla semitica Ishtar. La devozione degli Achemenidi ad Anāhitā sopravvisse evidentemente alla loro conversione allo zoroastrismo, al punto da introdurla nel culto monoteistico fondato da Zarathustra. È da notare che Hatossa riceve il titolo riservato a Ishtar, nome equivalente a Esther.
La legge di Persia e di Media richiedeva che l’erede al trono fosse il figlio primogenito del re, e quindi la successione apparteneva ad Ašavazdah, figlio di Dario e della figlia del suo generale Gubaru, che era anche il cognato del re, marito di una sorella di Dario; ma l’ascendente di Hatossa sul re determinò la decisione di Dario in favore di Kshayarsha, Serse, il figlio maggiore di Hatossa e Dario. Ci furono due ragioni che convalidarono questa scelta: Serse era nipote di Ciro, ed era il primo figlio nato da Dario essendo egli re. Anche gli altri tre figli di Hatossa ottennero posizioni privilegiate nell’impero: Vištāspā, capo delle truppe battriane e scitiche, Masišta, comandante generale e satrapo di Battria, e Haxāmaniš, ammiraglio della flotta egiziana. Durante il regno di suo figlio Serse, lei mantenne il suo potere e la sua autorità come regina madre.
Secondo Erodoto, fu Hatossa a indurre Dario ad inviare una spedizione sulle rive del Mar Egeo per ponderare la possibilità di conquistare la Grecia. È significativo che nel Libro di Esther è solo in 10:1, dopo di Purim e una volta che Hadassa aveva raggiunto il massimo del potere alla corte, che “Il re Assuero impose un tributo al paese e alle isole del mare”.
Hatossa fu senza dubbio la regina più importante della storia dell’Impero Persiano degli Achemenidi. Aveva potere decisionale nell’amministrazione degli affari politici e culturali dello stato, nonostante il fatto che legalmente non potesse avere quei diritti.
Chi era la Regina di Persia menzionata in Neemia 2:6, e perché era importante? Era lei Esther? Sì, sicuramente, il fatto che Neemia considerasse rilevante scrivere “il re, che aveva la regina seduta al suo fianco” è perché lei aveva un’autorità speciale, favorevole ai Giudei – quella regina a cui Neemia allude era Hatossa.

Hadassa Kayanide

Nell’Avesta, Hutaosā era la sorella e la moglie del re Kavi Vištāspa, e la prima donna a credere alla predicazione di Zarathustra, per questo motivo viene chiamata āzātā, “di nobile nascita”. Lei convinse suo marito di ricevere Zarathustra come inviato, e Vištāspa lo riconobbe come il vero messaggero di Ahura Mazdā, lo accettò come profeta e gli diede un posto alla corte. D’allora, il suo culto divenne ufficiale nel regno. Zarathustra intercede per lei nel seguente verso:

“O buono, il più benefico Drvâspa! concedimi questa benedizione, affinché io possa portare la buona e nobile Hutaosa a pensare secondo la legge, a parlare secondo la legge, a fare secondo la legge, che possa diffondere la mia legge di Ahura Mazdā e farla conoscere, e che possa elogiare con belle lodi alle mie azioni”.
–Yašt 9:26–

La regina Hutaosā affermò di aver creduto sin dall’inizio nel messaggio di Ahura Mazdā e del suo inviato e fu la prima persona nella famiglia reale ad adottare quella fede. In questo modo, il nome di questa mitica regina divenne il più onorevole in Persia e fu dato dai credenti zoroastriani alle loro figlie, tra le quali la più illustre fu la figlia di Ciro il Grande.
Questa stessa Hutaosā è colei che Abu Ja’far at-Tabari afferma di essersi chiamata Estār, e che al-Masʿūdī collega ai figli di Israele e le attribuisce il titolo di Shahrāzād, simile ad āzātā, la qualità che la descrive nell’Avesta.
Chiunque sia stata la leggendaria Hutaosā dei Kayanidi condivide con la biblica Hadassa l’aver introdotto una nuova fede monoteista nella corte di Persia.


Mordechai

Nella Meghillàh è scritto che Mordechai apparteneva ai deportati di Giuda, era residente a Susa e dalla tribù di Beniamino, e presumibilmente del lignaggio del re Shaul (2:5). Essendo stato parte del contingente che il re Nabucodonosor/Nebukadnezzar trasferì a Babilonia insieme a Yehoyakin/Yekoniah (2:6), doveva essere un anziano quando Dario ascese al trono.
Oltre a Meghillat Esther, troviamo questo nome in Esdra 2:2 e Neemia 7:7, e in entrambi i passaggi si riferisce a uno degli uomini che tornarono con Zerubbabel da Babilonia a Gerusalemme. Difficilmente può trattarsi della stessa persona del cugino di Hadassa, dal momento che quel Mordechai era tornato nella sua terra, quindi cosa avrebbe fatto più tardi a Susa?
Negli Archivi di Persepoli viene menzionato un certo Mardukâ che era un ispettore contabile durante l’ultima fase del regno di Dario e l’inizio di quello di Serse. Questa sarebbe l’indicazione più vicina per stabilire una possibilità d’identificazione con il biblico Mordechai, che sarebbe stato, secondo la Meghillàh, elevato ad un grado importante dal tredicesimo anno del regno di Assuero (Dario Istaspe). Saranno questi documenti quelli menzionati in Esther 10:2 come “Libro delle Cronache dei re di Media e di Persia”? Tuttavia, considerando che Mordechai doveva avere già più di ottant’anni quando il re lo nominò secondo nel regno (Esther 10:3), sarebbe stato un uomo di più di cent’anni d’età alla morte di Dario, e quindi troppo vecchio per continuare a esercitare il suo incarico all’inizio del regno di Serse.


Conciliando i racconti

In questo studio abbiamo considerato gli unici documenti relativi all’Impero Persiano al tempo in cui si dovrebbe collocare la storia che ci riguarda –la Meghillat Esther, le Iscrizioni di Bisotun e gli Archivi di Persepoli, lo Shâhnâmeh e l’Avesta–, che ci forniscono tre storie parallele.
Come e quando gli Achemenidi si convertirono allo zoroastrismo è un enigma irrisolto, così come il tempo in cui Zarathustra visse e qual era la sua origine. Allo scopo di collocare in un quadro storico e coordinare gli eventi della dinastia Kayanide con quelli dell’Achemenide, gli studiosi zoroastriani identificarono Kavi Vištāspa con Ciro il Grande –quindi, Hutaosā sarebbe Kassandanē, sua moglie, oppure Hutaosā non sarebbe stata la moglie di Vištāspa bensì sua figlia– e di conseguenza, attribuirono al leggendario re Kayanide l’editto che permetteva ai Giudei di tornare a Gerusalemme (Ṭabari, libro I). Assegnarono altresì a Vištāspa l’aver istituito le sette famiglie imperiali di Persia (Ṭabari, I), che secondo la versione ufficiale della storia sarebbe stata opera di Dario Istaspe.
Se prendessimo in considerazione gli elementi qui analizzati e provassimo a organizzarli per formulare un’ipotesi, avremmo una complicata combinazione di protagonisti che potrebbero identificarsi con personaggi diversi tra le storie coinvolte, considerando che ognuna di queste è un’espressione del punto di vista dell’autore e, di conseguenza, la realtà potrebbe essere diversa e non coincidere pienamente con nessuna, ma parzialmente con tutte. In tutte e tre le storie c’è una donna molto importante che è la regina: Hadassa/Esther l’Ebrea, Hatossa/Hutaosā l’Achemenide, Hutaosā/Estār la Kayanide, che hanno in comune una notevole ascendenza sul marito, che è il re, Assuero, Dario, Vištāspa, e una particolare devozione al suo Dio. In tutti i casi, lei è determinante nell’intercedere in favore di persone che sostenevano una fede monoteista, sia essa giudaismo o zoroastrismo.
Da questi postulati scaturiscono alcune congetture:
Se l’Hadassa della Meghillàh non era in realtà una donna ebrea, ma la figlia di Ciro il Grande, forse fu lei a indurre suo padre verso la fede zoroastriana, adottata come religione ufficiale della corona di Persia, o forse lei si era convertita al giudaismo e per questo motivo la sua influenza nella corte di Dario fu molto preziosa per far sì che il re soddisfacesse le richieste di Neemia...
O forse il profeta Zarathustra, di cui non si sa nulla e la cui biografia è leggendaria, era veramente un Israelita che introdusse il monoteismo nella corte di Ciro... Potrebbe egli essere lo stesso Profeta Daniele?
Per quanto riguarda l’identità della regina, se Hutaosā era la figlia di Ciro il Grande, e se lo era anche Artastūnā, erano Esther e Vashti sorelle?...
In conclusione, sappiamo che la storia dei Kayanidi è mitologica, riportata nello Shâhnâmeh, che fu scritto dal poeta Firdawsi verso la fine del decimo secolo EC, mentre gli scarsi documenti sugli Achemenidi sono opera di Dario Istaspe, vale a dire, mancanti di obiettività, oppure sono versioni imprecise e confuse dei narratori greci che raccolsero tradizioni orali diverse non concordanti tra di loro e senza avere modo di verificare i fatti; e, infine, il Libro di Esther, che per tutto quanto esposto sopra risulterebbe altrettanto credibile. Pertanto, gli eventi potrebbero essere accaduti in questo modo: Hatossa, figlia di Ciro –che è chiamato “Messia” in Isaia 45:1– aveva creduto alla predicazione di un profeta di Israele prima che suo padre prendesse Babilonia, e, pertanto, convertita al giudaismo, esercitò la sua influenza perché egli decretasse il ritorno della sua nazione adottiva a Gerusalemme. Successivamente, essendo la moglie di Dario, dalla sua posizione nella corte reale ha continuato a favorire il suo popolo, e, per gratitudine, il popolo di Israele le ha dedicato un romanzo in cui lei è la protagonista e l’eroina dei Giudei.

Resta ancora senza una spiegazione storica l’evento cruciale nella Meghillàh, il decreto di sterminio dei Giudei e il suo risultato, un fatto altamente improbabile nell’Impero Achemenide. Nessun re ragionevole ammetterebbe una proposta come quella di Haman, né una guerra civile nel suo regno provocata da un editto iniquo – tantomeno Dario, che nel secondo anno del suo regno decretò e finanziò la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme (Esdra 6:1-12,15), completato quattro anni dopo, e sponsorizzò Esdra perché assistesse alla sua inaugurazione nel settimo anno del suo governo (Esdra 7:12-27), nello stesso momento in cui presumibilmente avrebbe scelto Esther per renderla sua moglie (Esther 2:16). Coloro che potrebbero essere stati in grado di autorizzare un genocidio su larga scala furono i Seleucidi. Durante il dominio di quella dinastia greca furono scritti alcuni romanzi nei quali si faceva allusione ad essi, ma collocandoli in imperi precedenti e personificando i loro monarchi come Assiri allo scopo d’evitare che l’opera fosse censurata o che esasperasse ancor di più gli animi dei despoti ed i loro governatori. È così che sono nati i racconti fantastici di Giuditta e Tobia, pieni di inesattezze ed errori storici, probabilmente perché gli autori mancavano di informazioni adeguate sull’Impero Assiro, oppure li fecero intenzionalmente per far capire che in realtà si stavano riferendo a re e ministri greci e non a quelli presentati nelle suddette opere. Nel caso di Esther, l’autore descrive perfettamente i particolari della corte persiana e dimostra di avere informazioni esatte e dettagliate al riguardo, quindi la sua intenzione potrebbe essere stata quella di trasmettere un evento realmente accaduto, anche se in un contesto diverso. Un decreto di sterminio potrebbe esserci stato, ma in un territorio limitato e non a livello imperiale, in uno dei domini seleucidi, e lo scrittore decise di creare un racconto romantico in cui quel fatto fosse registrato e allo stesso tempo onorare la Regina di Persia, colei che i Giudei dovevano ricordare con rispetto e sulla quale non si era ancora scritto nulla. In questo modo, ha riunito due eventi totalmente diversi e separati nel tempo e nello spazio, in una stessa opera. In particolare, i fatti legati ad Haman e alla sua intenzione di distruggere i Giudei potrebbero essere collegati alla campagna del generale seleucide Nicanor, nemico accanito dei Giudei, che cadde sconfitto nella battaglia di Edessa, vicino a Gerusalemme, il tredicesimo giorno del mese di Adar, scontro in cui perse la vita e la sua testa fu esposta come un trofeo. Da allora, i Giudei celebravano quel giorno con grande gioia, e solo nella Diaspora è stato sostituito da Ta’anit Esther. Secondo 2Maccabei 15:36, la commemorazione di quel festival fu istituita il 13 di Adar, “nella vigilia del Giorno di Mordechai”, il che indicherebbe che in epoca asmonea già si commemorava Purim. Tuttavia, non vi sono indizi sull’osservanza di Purim durante il periodo del Secondo Tempio, se non fino a molto tempo dopo la sua distruzione. In realtà, non è menzionato né nei Rotoli di Qumran (tra i quali non c’è Meghillat Esther, unico libro del TaNaKh assente in quella raccolta di manoscritti), né nel Nuovo Testamento, né in nessun altro documento di quel tempo. Infatti, Purim fu promossa a celebrazione nazionale dai rabbini della Diaspora, e data la vicinanza con il giorno in cui si commemorava la sconfitta di Nicanor, unificarono entrambe le festività cancellando quest’ultima, che fu sostituita dal “digiuno di Esther”, il quale non accadde ad Adar ma molti mesi prima, secondo Esther 4:16, e doveva durare tre giorni, non uno. Lo scopo di questa sostituzione era che i Giudei non osservassero né ricordassero alcuna impresa dei Maccabei, considerati usurpatori del trono di David perché non appartenevano alla sua discendenza e, pertanto, non potevano essere riconosciuti come legittimi re di Giuda. È probabile che il “Giorno di Mordechai” nel periodo del Secondo Tempio sia stato un festival babilonese di fine inverno adottato dai Giudei della Diaspora, e prossimo al Capodanno zoroastriano, Nowrūz.


Aspetto allegorico


Il Libro di Esther ha la caratteristica di avere un importante senso simbolico valido per due diversi sistemi religiosi: ebraismo e zoroastrismo. L’opera nella sua essenza è una metafora della lotta tra il Bene e il Male e contiene anche il paradosso dell’esaltazione di due divinità di Babilonia: i nomi dei due attori principali che rappresentano il Bene sono Mordechai ed Esther, equivalenti a Marduk e Ishtar rispettivamente. Rabbi Nehemiah spiega nel trattato Meghillàh 13a quanto segue: “Hadassa era il suo nome originale; perché allora fu chiamata Esther? Perché gli idolatri l’hanno paragonata al pianeta Venere, o Ishtar”.
Per comprendere meglio il significato nascosto delle figure presenti in questo libro, è necessario esporre brevemente alcuni concetti fondamentali dello zoroastrismo: questa religione, almeno nelle sue origini, concepisce l’esistenza di un solo Dio, Creatore di tutte le cose e a sua volta , Principio Assoluto del Bene, il cui nome è Ahura Mazdā –che può essere tradotto come Dio Saggio–. Da lui emanarono gli Aməša Spənta, sei “concetti” o “qualità” divine (non delle deità di per se), e sono: Vohu Manah, il Buon Pensiero, Aša Vahištā, l’Ordine Ottimo o Verità Ottima, Xšaθra Vairya, la Potenza Ottimale, Spənta Ārmaiti, l’Armonia Creativa o Santa Devozione, Haurvatāt, la Perfetta Salute, e Amərətāṯ, l’Immortalità, a cui s’aggiunge Spenta Mainyu, lo Spirito Santo, figlio di Ahura Mazdā e “uno con il Padre”, per mezzo del quale l’Universo è stato creato e si sostiene, è il Principio del Bene e, insieme agli altri sei menzionati, sono i Sette Spiriti del Creatore. A lui si oppone Angra Mainyu, o Ahriman, l’avversario, Principio del Male e padre della menzogna, è il prìncipe dei demoni. Gli esseri umani durante la loro vita devono decidere se essere figli della luce o delle tenebre, cioè essere dalla parte del Bene o dalla parte del Male. Tutte le opere della vita di una persona sono scritte nel Libro della Vita, che sarà consultato nel Giorno del Giudizio per stabilire la destinazione finale di ciascuno.
Prima di Zarathustra, la religione dei persiani era simile a quella di altri popoli politeisti, in particolare quelli dell’India. In quel sistema, Ahura Mazdā aveva una consorte, Ārmaiti, che rappresentava la “Madre Terra” ed era la protettrice delle donne che, come la Terra, producono e nutrono la vita. Contrariamente alle divinità della fertilità, Ārmaiti era onorata come custode della donna virtuosa, la madre di famiglia. C’era un festival a lei dedicato, in cui le ragazze potevano corteggiare i ragazzi e scegliere i loro fidanzati – era una celebrazione esclusiva delle donne, così come il banchetto di Vashti. Zarathustra non ammetteva l’esistenza di altre divinità al di fuori del Creatore e trasformò Ārmaiti in una qualità di Ahura Mazdā, vale a dire, la prima delle tre Aməša Spənta femmine, Spənta Ārmaiti, passando ad identificarsi con la Creazione fisica, la Natura, e con la Terra stessa, alla quale è immanente. Essendo che la Creazione è in un rapporto intimo con il Creatore, Zarathustra definì Ārmaiti metaforicamente come “figlia” di Ahura Mazdā, il che in seguito, forse in modo malinteso, diede luogo alla permissività del matrimonio incestuoso, perché nella coscienza popolare lei continuava ad essere la sua consorte.
Ciononostante, la divinità femminile più venerata in tutta la regione di Persia e Media era Arədvī Sūrā Anāhitā, o semplicemente Anahita, identica a Sarasvatī dell’India ed equivalente alla semitica Ishtar. Vi erano più templi e santuari dedicati a lei che a qualsiasi altra entità persiana, anche dopo l’avvento dello zoroastrismo, che stabilì un paradigma monoteistico. I ministri del culto Anahita erano i Magi, la casta chiamata “Caldei” in Daniele 2:2; 4:7; 5:7. Anahita sopravvisse alle riforme religiose di Zarathustra, diventando un’emanazione di Ahura Mazdā e perdendo il suo rango di dea, sebbene non la sua intrinseca divinità. La si poteva ancora adorare sotto il nome di Anāhīd, ma con la consapevolezza che era un aspetto di Ahura Mazdā e non una vera divinità da se. Questa pratica sarebbe simile al successivo sviluppo della venerazione della Vergine Maria nel cattolicesimo. Anche Anahita era chiamata “nostra signora” ed “immacolata”. La devozione degli Achemenidi verso di lei evidentemente sussistette dopo la conversione di questa dinastia allo zoroastrismo, e sembra che abbiano usato la loro influenza reale per adottarla in quella religione. Anahita ricevette una speciale riverenza per essere stata successivamente identificata come la figlia di Ahura Mazdā. Anahita, così come Ishtar, era associata al pianeta Venere e alle sue due apparizioni quotidiane, quella mattinale e quella serale. Tutti questi elementi sono presenti nel Libro di Esther, come si vedrà più avanti.
L’affermazione secondo cui nelle leggi di Persia “ogni decreto del re” è irrevocabile (Esther 1:19; 8:8; Daniele 6:15) non dev’essere intesa alla lettera, ma nel concetto zoroastriano, ogni progetto di Ahura Mazdā è immutabile, e anche se istigato dal Principio del Male non può essere tolto, può solo essere contrastato da un’azione maggiore del Principio del Bene. I decreti reali potevano essere annullati (Esdra 6:11). Nel racconto della Meghillàh tutte le cose esistono in relazione ai loro opposti e gli eventi si rivelano contrari a quanto ci si aspettava – questo approccio dialettico è l’essenza stessa dello zoroastrismo.
La storia inizia con grandi banchetti che possono simboleggiare la gioia del Creatore per la sua Creazione originale, avendo visto che tutto ciò che Egli aveva fatto era buono. Il re e i suoi sette ministri rappresentano Ahura Mazdā ed i suoi Aməša Spənta, e la regina deposta è una figura di Ārmaiti, che aveva la sua propria festa per le donne e, spogliata della sua divinità, fu ridotta ad una semplice qualità, essendo segregata come un’odalisca nell’harem del re. Ma al suo posto emerge, come il pianeta Venere al mattino, Ishtar, che poi si nasconde e riappare al crepuscolo, quando rivela la sua identità. –L’occultamento è uno dei motivi ricorrenti nella Meghillàh anche nell’interpretazione ebraica–. Lei non appartiene al popolo del re, è una “divinità straniera” che si introduce nel suo regno. E benché anch’essa sia diventata solo un aspetto di Ahura Mazdā, non fu eclissata come Ārmaiti che assunse la forma di uno dei suoi Aməša Spənta. Ishtar/Anahita non fu relegata nell’“harem” del re, mantenne il suo proprio culto.
Allora comparve Haman, che impersona Ahriman, il nemico che cerca di distruggere tutto il bene che è stato creato, e la sua comparsa nella scena occorre nel primo mese dell’anno (Esther 3:7), consultando i Magi sui giorni più propizi per portare avanti il suo piano malvagio, e la sorte uscì per l’ultimo mese (Esther 3:13), causando l’angoscia dei giusti durante tutto l’anno: questa sequenza rappresenta le insidie del Male sin dall’inizio della Creazione, e tutta la sofferenza che provoca nel mondo fino alla fine dei tempi, quando nell’ultima battaglia sarà sconfitto dal Bene, essendo l’anno una figura della durata della vita dell’umanità. La regina, che era stata per un mese nascosta dalla presenza del re (Esther 4:11) chiede ai sostenitori del Bene di digiunare tre giorni e tre notti (Esther 4:16), allegoria della morte e la risurrezione (Genesi 22:4; cf. Ebrei 11:19; Giona 1:17), per ottenere il trionfo sul Male.
Haman fa costruire una forca di 25 metri a casa sua: un’altezza assurda in un posto assurdo. Il significato di questo è che la battaglia finale sarà condotta nei cieli, ma nel territorio e nel dominio del Male. Chi sarà impiccato da quella forca definirà il destino dell’umanità: o il Male conquisterà il cielo, come è la sua intenzione (Isaia 14:13-14), oppure il Bene prevarrà e spoglierà il Male di tutto il suo potere.
La notte insonne del re è una risorsa letteraria per rappresentare il momento in cui il Dio Supremo consulta il Libro della Vita, dove sono registrate le buone opere dei giusti, che saranno premiate. Nel Giorno del Giudizio, la distruzione di tutto il Male dipenderà dalle azioni dei giusti, che portano il Bene verso la vittoria. Questo è il motivo per cui il re si presenta incapace di revocare qualsiasi decreto che ha emesso, perché il destino è posto in gioco tra gli esseri umani, che devono cercare il Bene. Questo è un principio fondamentale nella teologia zoroastriana: i cattivi pensieri, parole e azioni non possono essere annullati, possono
solamente essere espiati da buone opere che li superino.

La genialità dell’autore –o editore– ebreo nel suo travestimento da cronista persiano adattò questa storia, che illustra chiaramente il pensiero dei seguaci di Zarathustra e la trasformò in un romanzo epico ebraico. Egli nasconde non solo la sua propria identità, ma tutti i suoi personaggi rappresentano altri, e anche il Dio di Israele è velato tra le linee della narrazione. La protagonista del racconto, come abbiamo visto, era la figlia di Ciro il Grande, e ovviamente non era ebrea e per questo motivo lo scrittore ricorre a presentarla come orfana, adattando il suo nome persiano all’ebraico Hadassa. A quanto pare, lei spiazzò Artastūnā, l’organizzatrice di banchetti, che potrebbe essere stata sua sorella – e qui troviamo un altro parallelo con Ārmaiti e Anāhīd, entrambe “figlie di Ahura Mazdā”.
Dal momento che il re di Persia è senza dubbio Dario il Grande, stimato dagli Ebrei e considerato un buon re –autorizzò il proseguimento della costruzione del Tempio (Esdra 6:7-12) e concesse a Neemia la ricostruzione delle mura di Gerusalemme e lo nominò governatore di Giuda (Neemia 2:6; 5:14; 13:6)–, lo scrittore nasconde la sua vera identità e lo chiama Achashverosh, perché aveva bisogno di caricaturizzarlo e presentarlo come uno sciocco, vanitoso e volubile, ricorrendo al nome con cui Esdra fa riferimento a Cambise (Esdra 4:6). E per un altro degli scopi del suo lavoro, aveva bisogno di un protagonista appartenente alla tribù di Benjamin e alla casa di Saul –forse perché era il lignaggio dell’autore–, e trovò appropriato Mordechai. Che il suo nome e quello della regina rappresentino due divinità babilonesi può essere solo circostanziale, se è possibile che vi siano dettagli lasciati al caso in tutta la trama.
Per ultimo, Haman, l’“agaghi”, che in realtà doveva essere la personificazione di qualche seleucida (probabilmente Nicanor) e ovviamente non visse ai tempi dell’Impero Achemenide ma molto più tardi, fu l’individuo giusto per incarnare il nemico e saldare un conto che il re Saul aveva lasciato aperto. E poiché tutte le cose di questo romanzo sono mascherate, con il soprannome di “agaghita” si intende amalechita, e come tale, nemico giurato del popolo di Israele. Ciò non implica una discendenza etnica (dal momento che teoricamente Agag non ebbe discendenti) ma un atteggiamento che ai nostri tempi si chiama antisemitismo. D’altra parte, se il nome del padre del malvagio, Hamedatha, per il narratore persiano evocasse il cospiratore Gaumata, usurpatore del trono, per l’ebreo quel nome, sebbene molto diverso nella scrittura, avrebbe un’assonanza con Ašməddāy/Hammadāy (Asmodeo), un demone ridicolizzato nella letteratura apocrifa, il cui nome deriva dal persiano aēšma-daēva, due termini che si trovano nell’Avesta, sebbene non insieme, ed il cui significato sarebbe “demone dell’ira”. Nella visione dell’autore, le forze del Bene sono identificate con i Giudei, e quelle del Male con i loro nemici, incarnati nell’amalechita Haman. La missione dei figli della luce è riassunta in Esther 8:17 - “Molte persone appartenenti ai popoli del paese divennero Giudei, perché il timore dei Giudei si era impadronito di loro”: La certezza del trionfo del Bene convincerebbe molti a rivedere la propria strada e seguire le vie della Giustizia. Tuttavia, il proselitismo di massa nel giudaismo ebbe i suoi inizi nel periodo asmoneo, il che è un’altra indicazione del fatto che la Meghillàh fu composta in quel tempo.
Il Libro di Esther rappresenta una parodia dello zoroastrismo, che si sbarazzò di una divinità pagana per sostituirla con un’altra, ma a sua volta mostra come l’ebraismo introdusse anche una festa babilonese tra le sue celebrazioni, per la cui inclusione è presa come riferimento quest’opera letteraria. Nel Libro di Esther le cose non sono quelle che sembrano, le persone non sono chi si dice che siano, e gli eventi sono accaduti in altri modi, in altri luoghi e in altri momenti. Per questo Purim è una festa che si celebra in costume.


Aspetto profetico


Dopo aver analizzato tutte queste cose e considerando le caratteristiche particolari di questo libro, viene da chiedersi se c’è qualche motivo che giustifichi la sua inclusione nelle Scritture. Tra tutte le cose nascoste in questo romanzo, anche il Nome di Dio è sottratto alla vista, e una profezia che si è adempiuta pochi decenni fa.
Nella Meghillàh apparentemente non c’è alcun riferimento a Dio, né come YHVH né come Elohim, e indirettamente, c’è solo una parola che appare riferirsi a Lui:

“Infatti se oggi tu taci, soccorso e liberazione sorgeranno per i Giudei da qualche altra parte”.
–Esther 4:14 –

Tuttavia, Egli è presente, segretamente, ed anche il Suo Nome è scritto, benché non in modo visibile.
Non ci riferiamo ai codici biblici, che sono messaggi paralleli scritti nel TaNaKh attraverso sequenze di lettere, e in questi codici possiamo trovare il Nome YHVH anche nel Libro di Esther. Piuttosto, menzioneremo solo quattro acrostici in cui il Nome è visibile senza dover fare calcoli matematici. Trattasi di quattro frasi pronunciate da quattro persone diverse e con le seguenti caratteristiche:
· In ciascuno dei casi le quattro parole sono consecutive.
· Non ci sono due acrostici con la stessa costruzione, ma ognuno è composto in una struttura diversa dagli altri.
· Ogni frase è pronunciata da una persona diversa. La prima da Memukan (1:20); la seconda da Esther (5:4); la terza da Haman (5:13); la quarta dall’autore (7:7).
· I primi due acrostici formano una coppia, in cui il Nome è formato dalla lettera iniziale di ogni parola.
· Gli ultimi due acrostici formano una coppia, in cui il Nome è composto dall’ultima lettera di ogni parola.
· Il primo e il terzo formano una coppia, in cui il Nome è scritto al rovescio.
· Il secondo e il quarto formano una coppia, in cui il Nome è scritto in maniera normale.
· Il primo e il terzo, in cui il Nome è scritto al contrario, sono pronunciati da gentili.
· Il secondo e il quarto, in cui il Nome è scritto nel modo normale, sono pronunciati da giudei.
· Gli acrostici in cui il Nome è formato dalla lettera iniziale di ogni parola si riferiscono ad eventi iniziali; mentre gli acrostici in cui il Nome è formato dalla lettera finale di ogni parola si riferiscono ad eventi finali.

(Le traslitterazioni nella tabella corrispondono al valore di ogni lettera, non sono fonetiche).

 

 

HI’ VEKOL HANASHIM YITTENU”

 

 

YABO’ HAMELECH VEHAMAN HAYOM”

 

 

ZEH ’EYNENV SHOVEH LY

 

 

KY KALETHAH ELAYV HARA’AH


· Primo acrostico: formato dalla lettera iniziale di ogni parola, il Nome è scritto al contrario perché HaShem sta smantellando i consigli umani:
1:20 “tutte le donne renderanno” [onore ai loro mariti]; in ebraico si dice: “HI’ VEKOL HANASHIM YITTENU, le cui iniziali formano “HVHY”, il Nome scritto al contrario.

· Secondo acrostico: formato dalla lettera iniziale di ogni parola, il Nome è scritto in modo normale perché HaShem sta spingendo Esther a prendere un’iniziativa:
5:4 “venga oggi il re con Haman”; in ebraico si dice: “YABO’ HAMELECH VEHAMAN HAYOM, le cui iniziali formano “YHVH”, il Nome del quarto Ospite Invisibile al banchetto.

· Terzo acrostico: formato dall’ultima lettera di ogni parola, il Nome è scritto al contrario perché HaShem ha decretato la fine di Haman:
5:13 “tutto questo non mi soddisfa”; in ebraico si dice: ZEH ’EYNENV SHOVEH LY” le cui lettere finali formano “HVHY”, il Nome scritto al contrario.

· Quarto acrostico: formato dall’ultima lettera di ogni parola, il Nome è scritto in modo normale perché HaShem aveva determinato la fine di quel malvagio.
7:7 [il re] “aveva deciso la sua rovina”; in ebraico si dice: KY KALETHAH ELAYV HARA’AH” le cui lettere finali formano “YHVH”, che era Colui che aveva effettivamente decretato il male per Haman.

Questo per quanto riguarda il nome nascosto di HaShem nel Libro di Ester. Tuttavia, non solo Dio è nascosto nel Libro, ma c’è anche una profezia segreta, nel seguente passaggio:

“Nella residenza reale di Susa i Giudei uccisero e sterminarono cinquecento uomini, misero a morte Parshandatha, Dalfon, Aspatha, Poratha, Adalya, Arydatha, Parmashtha, Arysai, Arydai e Vayezatha, i dieci figli di Haman, figlio di Hammedatha, il nemico dei Giudei, ma non si diedero al saccheggio.
Quel giorno stesso il numero di quelli che erano stati uccisi nella residenza reale di Susa fu portato a conoscenza del re. Il re disse alla regina Ester: «Nella residenza reale di Susa i Giudei hanno ucciso, hanno sterminato cinquecento uomini e i dieci figli di Aman; che avranno mai fatto nelle altre provincie del re? Che cosa chiedi ancora? Ti sarà dato. Che altro desideri? L’avrai».
Allora Ester disse: «Se così piace al re, sia permesso ai Giudei che sono a Susa di fare anche domani quello che era stato decretato per oggi; e siano appesi alla forca i dieci figli di Haman»”. –Esther 9:6-13–

I Giudei avevano ucciso i dieci figli di Haman. Perché Esther avrebbe chiesto che fossero impiccati se erano già morti? Qui troviamo una delle profezie più sorprendenti della Bibbia. Prima di spiegarlo, faremo un’altra osservazione sul modo in cui i nomi dei figli di Haman sono stati scritti nella Meghillàh: questi, invece di continuare il normale corso di scrittura, sono inseriti in una colonna, ogni nome all’inizio di ogni riga e quindi, alla fine, la congiunzione “v’et”, ovvero, “e”. Nell’elenco dei nomi dei dieci, non solo quest’ordine verticale è particolare, ma ci sono lettere scritte in una dimensione diversa rispetto alle altre, nel primo, settimo e decimo nome: tre d’esse sono più piccole; la tav in Parshandatha, la shin in Parmashtha e la zayin in Vayezatha, e la somma di queste lettere è uguale a 707; inoltre, la vav iniziale in quest’ultimo nome è più grande delle altre lettere e il suo valore è 6. Questa strana chiave ci indica un anno: 707 del sesto millennio, cioè 5707 del calendario ebraico, ed è l’anno 1946/47 EC. Nell’immagine sottostante, quelle lettere sono segnalate in rosso.



Esther chiese al “re” che “domani” i dieci figli di Haman fossero impiccati sul patibolo. Quando è quel “domani”, ed a quale “re” gliel’ha chiesto? Perché i dieci figli di Haman nella storia erano già morti e impiccarli deve avere un significato molto più profondo che esporli al pubblico. Per questo c’è uno spazio tra ciascuno dei nomi e la congiunzione “v’et”, uno spazio che deve essere riempito con i nomi di quei dieci che sarebbero stati impiccati in futuro, codificato nelle lettere. Il 16 ottobre 1946, a seguito del processo di Norimberga, dieci dei criminali nazisti furono condannati all’impiccagione e giustiziati. Era il mese di Tishri 5707. Nel capitolo 9 di Ester possiamo trovare nascosto il nome del mese, Tishri, oltre alle parole “amalechita”, “ariano”, “nazi”... Infine, i dieci figli di Haman furono giustiziati, a Tishri 5707, e per questo Esther chiese che “domani” fossero appesi a una forca. Ancora una volta, si conferma che nel Libro di Esther le cose non sono quelle che sembrano, le persone non sono chi si dice che siano, e gli eventi sono accaduti in altri modi, in altri luoghi e in altri momenti, come si è detto nel capitolo precedente.


Vedi anche: Letteratura Ebraica del Periodo del Secondo Tempio – Scritti non citati nel Nuovo Testamento .


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